lunedì, 16 novembre 2009 | in : jim jarmusch, bill murray, isaach de bankole


Cinema come macchina del tempo e dello spazio. Come tappeto volante fluttuante nelle dimensioni senza tempo degli spazi interstiziali, del vagabondare sradicato e del moto perpetuo. In orbita in “The limits of control” ci sono frammenti siderali di tutto il cinema già attraversato da Jim Jarmusch. C’è il cinema di molti suoi miti e sodali (Alfred Hitchcock e Aki Kaurismaki). Ci sono i corpi lost in space di tanti suoi attori/amici, c’è il corpo errabondo e muto di Isaach de Bankolè. Corpi vicini solo per un attimo, come astri che percorrono traiettorie orbitali diverse e che si sfiorano solo per un istante di decisiva importanza. In una ideale, e immaginifica, staffetta che conduce alla eliminazione di qualsiasi senso o direzione. Film sulla percezione e sulla persistenza di immagini e suoni, onde luminose e onde sonore. I protagonisti del film di Jarmusch, tutti senza nome, sono tele bianche (in attesa di essere dipinte) e casse di risonanza viventi: archivi semoventi di immagini già viste e suoni già sentiti, divenuti imprescindibile bagaglio individuale. Nel loro percorso/missione promuovono il definitivo sabotaggio di ogni rigido oggettivismo applicato all’arte e all’esistenza. E il potenziamento di ogni forma di esperienza sensoriale e percettiva. La fotografia (straordinaria, di Christopher Doyle) e la colonna sonora (splendida, di Boris) mai come in questo film sono valori aggiunti al servizio di una esperienza audio-visiva di devastante e delirante bellezza. No limits, no control.

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martedì, 10 novembre 2009 | in : werner herzog, brad dourif, venezia 66, michael shannon
Per una volta vale la pena di concedersi una piccola digressione aneddotica. Sono passati due mesi e 6 giorni da quel giorno. Una di quelle giornate che non si dimenticano, che non si dimenticheranno. Herzog che presenta a Venezia addirittura due film. Mai visto, mai successo con nessun altro regista. Un risarcimento, nelle intenzioni di Marco Muller. E il secondo film è proprio quel film. La sera prima, increduli alla notizia dei primi rumors, condividiamo tra compagni di viaggio un febbrile entusiasmo e una gioia infantile. Il giorno dopo quel film è davvero lì, e sta per apparire come un fantasma di luce davanti ai nostri occhi. Werner è in sala, e per una incredibile coincidenza del destino è anche il suo compleanno. Gli cantiamo Happy Birthday, dear Werner e sappiamo che quel momento incredibile resterà come dilatato e santificato nella nostra memoria. Poi buio in sala. Telecamera fissa, l’immagine di un treno in corsa che sulla destra del fotogramma viaggia verso il nostro sguardo. Una chitarra messicana e il nome di David Lynch nei titoli di testa. Ora non ci sono più dubbi. Il film che sta cominciando è proprio quel film.
 


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Si potrebbe immaginare “My son, My son what have ye done” come il frutto di un matrimonio d’amore. Tra due delle più fertili menti creative del nostro tempo. Il pescatore e l’esploratore. Il meditatore trascendentale e l’instancabile camminatore. Il narratore di storie impossibili e il fotografo di immagini mai viste. Passaggi segreti e paesaggi alla fine del mondo. Quale potrebbe essere il frutto della intersezione tra l’universo Lynchano e quello Herzoghiano? La risposta è tutta dentro “My son, My son”. Addentrarsi fino ai confini estremi del suo mistero consente di andare alle radici dell’immaginario che lega Werner Herzog a David Lynch. Una vera esperienza di rivelazione e illuminazione. Quando ancora questo film era solo una voce nei notiziari di cinema, si era ventilata l’ipotesi di una co-regia. Così non è stato. Il film è un film scritto e diretto da Werner Herzog, ed è un film herzoghiano al 101%. Il ruolo di Lynch è stato però ugualmente fondamentale. Lynch ha dato a Herzog la possibilità di girare questo film nelle condizioni produttive ideali. Le location e il cast sono stati scelti insieme. E’ abbastanza evidente il tocco di David Lynch in scenografie, arredamento, pitture, illuminazione. In tutto quello che sta dentro e fuori la Flamingo House. Ma la cosa più interessante è la serie di corrispondenze interne, e profonde, tra due visioni del mondo/visioni del cinema estreme. Radicalmente sbilanciate nell’elogio della follia generatrice di febbricitanti visioni, tumultuosi moti interiori, accecanti verità estatiche.
 
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1) La quintessenza dell’umanità

Secondo Werner Herzog i nani sono la quintessenza dell’umanità. Un nano concentra in sé tutte le caratteristiche proprie di un essere umano. In un corpo menomato nelle sue dimensioni cattiveria, violenza, odio sono tanto accentuate quanto lo sono innocenza, delicatezza, stupore. Nel 1970 Werner Herzog gira “Anche i nani hanno cominciato da piccoli”, film tra i più estremi e disturbanti di tutta la sua filmografia. Un gruppo di nani, segregato all’interno di una specie di riformatorio, tenta una improbabile e surreale rivoluzione. Violenta, caotica, fondamentalmente stupida. Condannata al moto circolare perpetuo. Lynch in alcuni dei suoi film ha utilizzato, in seguito, dei nani. Anche in Lynch il nano ha quasi sempre una connotazione luciferina, maligna, inquietante. In “My son, My son” un nano fa la sua comparsa in coincidenza con l’esatto centro geografico del film, con il suo ombelico, con il suo momento di massima pregnanza espressiva. L’enorme tronco di una sequoia, un cavallo, un gallo, un nano, Brad Dourif, Michael Shannon e la voce di Caetano Veloso.
 
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2) Sospensione
 
L’ombelico del film, l’incandescente cuore fuso di “My son, My son what have ye done”, coincide anche con un mo(vi)mento di sospensione. Una zona della coscienza percettiva che mr. David Lynch conosce e frequenta da anni. L’immagine si cristallizza in un istante lunghissimo, dilatato all’infinito, stirato sulle note cantate da Caetano Veloso. Prima e dopo altri momenti in cui il progredire del film subisce come il contraccolpo di una visione troppo luminosa, che con il suo calore fonde i meccanismi di una normale progressione narrativa. Razzle Dazzle. Durante un pranzo dentro la Flamingo House i commensali si arrestano, ingessati in una posa innaturale, mentre un canto coranico introduce un’atmosfera di allucinato stridore. Successivamente, in un parco alla periferia di San Diego, Micheal Shannon è protagonista di un altro improvviso rallentamento. E nel finale, la magnifica stillness di un tramonto si protrae fino a raccontare, con la sola potenza della sua bellezza, tutto il senso del cinema herzoghiano. La potenza di una immagine mai vista, il contrasto tra immobilità e movimento, la densità dell’esperienza audiovisiva. Un canto mariachi suggella l’attraversamento del confine. Da San Diego a Tijuana. Lungo la border-line che separa verità e finzione, verità e follia.



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C’è la ricapitolazione di una intera filmografia in questo horror dell’anima, folgorante e coraggioso. Come qualcuno ha suggerito il terzo horror herzoghiano, dopo “Anche i nani hanno cominciato da piccoli” e il “Nosferatu”. Comunque il primo horror americano herzoghiano, di cultura americana intriso e impastato. Polemicamente scagliato contro un vuoto sincretismo relativista che sembra soltanto confondere gesti, rituali, dei. Che vede Dio dentro una lattina di farina di mais. E che intrappola in una bolla priva di senso e identità. “My son, my son what have ye done” in maniera singolare si connette con il primo film di Werner Herzog, quel lungometraggio datato 1968 e intitolato “Segni di vita”. In quel film, come in questo, la grecità con i suoi miti grondanti sanguinosa follia irrompe nella vita dei protagonisti. Stroszek e Brad McCullum deragliano rispetto alla linea di quello che è considerato “normale” e “giusto” quando il loro vissuto collide contro qualcosa di ancestrale e misterioso in grado di scuotere la loro psiche di rabdomanti alla ricerca della verità. Stroszek, sull’isola di Kos, comprende l’orrore e la stupidità della guerra che sta combattendo quando la visione infinita di una serie di mulini a vento roteanti lo fa emergere dal torpore in cui versava. Brad, morbosamente attratto dalle vicende narrate nell’Elettra di Sofocle, inscena l’omicidio di sua madre dopo aver interpretato quel ruolo su un palcoscenico. Nel personaggio di Brad McCullum ricorrono tutti i topoi di febbricitante follia, indomita volontà, stolida visione e titanica grandezza propri dei grandi “diversi” herzoghiani: Fitzcarraldo, Aguirre, Kaspar Hauser. Brad come Kaspar arriva a parlare una propria lingua, servendosi di un proprio codice di decrittazione linguistica e di simbolismi oscuri, frutto di una complessa stratificazione mitopoietica e teologica. Il suo canone comunicativo (e con esso la colonna sonora che Herzog ha scelto per questo film) è ebbro di una luce accecante, distorto dalla devastante potenza di una rivelazione ultima. La sua verità estatica si manifesta nel luogo che è più di tutti il vero sacred ground herzoghiano: la foresta pluviale del Perù. In Brad (personaggi basato su una storia realmente accaduta) sopravvivono le anime di molti altri eroi della non-fictionalità herzoghiana: Carlo Gesualdo, Fini Straubinger, Timothy Treadwell. Nel cast si materializza la singolare commistione di figure e presenze lynchane (Grace Zabriskie) con personaggi e volti usciti dal cinema herzoghiano (i grandissimi Udo Kier e Brad Dourif, ennesimi valori aggiunti nel poderoso patchwork di facce, corpi, volti, sguardi di questo film).

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Nessun dubbio che “My son, My son what have ye done” sia per quanto mi riguarda la visione dell’anno. Possiede tutto quello che un grande film dovrebbe possedere. In ogni suo fotogramma rivela l’impronta del suo artefice. Vibra come un tuono, acceca come un lampo di cinema nella sua purezza più cristallina. Thanks, Werner for being out there.
 
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Sito ufficiale 
Scheda IMDB
Venezia – conferenza stampa: parte 1parte 2parte 3
Herzog su “My Son, My Son”- Toronto: parte 1parte 2
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domenica, 08 novembre 2009 | in : johnny depp, in sala, christian bale, michael mann



1. «Probability is like gravity. You cannot negotiate with gravity.»
 
Un tangibile senso di opprimente e materica heaviness è la prima sensazione che scaturisce dalla visione di “Nemico Pubblico”. Ogni singola pallottola nel film di Mann reclama il suo peso specifico, deposita le sue polveri infumi sul nostro viso e traccia foro di ingresso e foro di uscita sullo schermo e attraverso l’occhio dello spettatore. La texture visiva del film, resa tale da un uso magistrale delle riprese digitali, rende palpabili i tessuti dei cappotti di John Dillinger, le vernici delle automobili, il vetro oscurato degli occhiali dietro cui Dillinger nasconde la sua identità. Montaggio e fotografia (friulana, del grande sodale Dante Spinotti) sono messi al servizio di quell’iperrealismo dinamico e spezzato che costituisce il vero cuore pulsante della poetica di un regista come Mann, fedele fino in fondo alla sua personale idea di cinema. La cornice storica degli anni 30 e della Grande Depressione, minuziosamente ricostruita in ogni singolo dettaglio, permette a Mann di esaltare la sua visione facendo letteralmente esplodere la sua poetica visiva degli spazi e della materia dentro lo spazio e dentro la materia della storia del cinema. La riscrittura del gangster movie operata da Michael Mann, rivitalizzata dalla freschezza del suo sguardo, negli anni farà sentire tutto il suo peso. Segnando il percorso della sua traiettoria dentro la storia del cinema. Né più né meno di quanto è successo in passato a registi come Arthur Penn, Robert Altman, Brian De Palma, Martin Scorsese, Roman Polanski. Cineasti capaci di infondere nuova linfa nel corpo di generi cinematografici dati per spacciati, considerati troppo presto prigionieri del già detto e del già visto.
 
2. Duello al sole: dualismi e dualità
 
Dalla struttura narrativa di “Public Enemies” emerge, ancora più che in “Miami Vice”, un netto dualismo. L’impressione è che Mann abbia scelto di mettere a fuoco tutta la sua sceneggiatura sul profilo e sui movimenti dei due personaggi principali del suo film: il tutore della legge Melvin Purvis (Christian Bale) e il trasgressore della legge John Dillinger (Johnny Depp). Ogni altro personaggio della vicenda è quasi relegato alla marginalità, costretto a farsi da parte per lasciare trasparire in tutta la sua nettezza i contorni del duello a distanza tra i due "Public Enemies”. La situazione ha offerto a Mann l’opportunità di mettere uno difronte all’altro (sebbene fisicamente soltanto per una sola memorabile scena, e separati dal metallo delle sbarre di un carcere) i due più grandi attori della loro generazione, in un confronto che ricorda per tempismi e suggestioni quello tra Robert De Niro e Al Pacino in “Heat”. Come accadeva in parte anche nel finale di “Miami Vice”, in “Nemico Pubblico” la progressione narrativa del film coincide con due movimenti antitetici, relativi alle aree di influenza dei due protagonisti. Se Dillinger con il passare dei minuti diventa sempre più solo, Purvis da una condizione di solitaria impotenza acquista via via sempre più alleati nella sua battaglia contro il crimine. Dillinger perde i suoi uomini, il sostegno della criminalità organizzata, la donna che ama. Purvis sfrutta al meglio le possibilità che un tradimento per interesse può offrire, e incastra Dillinger grazie alla soffiata di qualcuno che conosce e frequenta il fronte nemico. L’isolamento di Dillinger conosce il suo più accecante compimento nella visita che Dillinger stesso compie indisturbato nell’ufficio dell’FBI che gli sta dando la caccia. In un assolato pomeriggio d’estate John Dillinger ha davanti ai suoi occhi solo l’immagine di se stesso e del suo mito, riflessa nelle foto segnaletiche della polizia e negli articoli di giornale che ne hanno forgiato la leggenda.
 
3. Il destino del cinema, il destino nel cinema
 
A distanza di un mese dal tarantiniano “Bastardi senza gloria”, “Nemico Pubblico” è ancora una volta un film che sceglie di collocare nel luogo fisico di un cinema la sua akmè, il suo principale punto di svolta narrativo. Nel cinema si determina il corso della Storia. Nel cinema si “riscrivono” storie. Dillinger scegliendo di andare a vedere “Manhattan Melodrama” piuttosto che un film con Shirley Temple firma la sua condanna a morte senza appello. Il suo mito, l’amore per gli eroi di celluloide, gli sarà fatale, e al contempo provvederà a garantirgli l’immortalità ammirata nel bianco e nero del grande schermo. Il dialogo con tutto il cinema del passato si conferma come la più trasversale e trans-generazionale delle tendenze in atto nel cinema americano contemporaneo. Da Tarantino a Mann, da Mendes (“Revolutionary Road”) a Fincher (“Il curioso caso di Benjamin Button”), da Eastwood (“Changeling”) a Anderson (“Il petroliere”). Il bisogno di individuare dei saldi punti di riferimento nel cinema dei padri sembra attraversare tutti questi film, che tra l’affetto per quello che è stato e la vigorosa, tenace ricerca di quello che potrà essere sembrano aver trovato un loro fondamentale punto di equilibrio.

[**** 1/2]
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domenica, 01 novembre 2009 | in : in sala, george romero, micheal moore, venezia 66, samuel maoz

“Lebanon”

 


 

Lo scorso settembre al termine della proiezione in sala grande a Venezia di “Lebanon” seguirono corposi ed entusiasti applausi. Non il solito sostegno che si riserva bene o male a tutti i film proiettati, il solito applauso di incoraggiamento e ringraziamento. Qualcosa di più. Qualcosa di convinto e spontaneo, che lasciò subito presagire l’idea che al film di Maoz sarebbe andato un premio importante. “Lebanon” è un film che scuote. E che frantuma le aspettative che vogliono il cinema medio-orientale prigioniero delle già viste e anguste esiguità produttive. “Lebanon” è un film potente e ricco, molto complesso sul piano stilistico e densissimo di materiale ad uso dei semiologi del cinema. La guerra come esperienza di distorsione percettiva, di claustrofobica e solipsistica separazione dal mondo, in grado di corrodere il vissuto neuro-sensoriale del soldato/spettatore/attore. Molteplici le implicazioni teoriche in un film che costruisce buona parte della sua originalità facendo coincidere il suo cine-occhio con il mirino di un carrarmato. Tante le suggestioni cinematografiche interne alla metafora di un cinema-macchina in movimento che uccide e che filma la morte al lavoro. L’elemento che colpisce di più è però l’intensità vibrante con cui Samuel Maoz sostiene il suo film. Figlia probabilmente della decisiva esperienza di guerra dello stesso Maoz nel lontano 1982. Ferite che attraverso il cinema cercano una qualche forma di catarsi, o terapia. Maoz, come altri registi “soldato” prima di lui, è riuscito ad emergere con un grande film da questa fondamentale sfida con se stesso e con il proprio passato. Leone d’oro meritato.

 

[**** ½]

 

“Capitalism: a love story”

 

Si può amare o odiare il cinema di Micheal Moore. Personalmente mi ritengo più vicino al secondo dei due poli. A Moore non si può non riconoscere però, comunque la si pensi, oltre al fatto di saper fare benissimo il suo lavoro, una certa necessarietà. Il suo cinema documentaristico è necessario, oltre che utile e ben costruito. E “Capitalism” tra tutti i suoi ultimi lavori sembra quello più coerente e riuscito. Perché lancia i suoi strali per una volta non soltanto contro l’amministrazione Bush, ma anche contro tutta la trasversalità politica che in America negli ultimi anni ha concesso alle banche e ai potentati economici di sovvertire ogni barlume di regola nella finanza globale. Il vero potere negli States è da anni nelle mani dell’alta finanza. Wall street è la sede dove si decidono le sorti dell’economia mondiale, e la Casa Bianca non è che una sua succursale. Così è stato per anni. Difficile ma non impossibile che le cose possano cambiare. Anche per Moore l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti sembra aver aperto le porte ad un nuovo corso di speranza e cambiamento. Nell’attesa che qualcosa possa cambiare davvero, Moore cinge in assedio con la sua telecamera il fortino dove sono accumulati i milioni di dollari sottratti dalle banche a migliaia di famiglie americane. E ci invita a fare, tutti, la nostra parte.

 

[****]

 

“Diary of the dead”/ “Survival of the dead”

 

Altrove si è avuto modo di parlare su queste pagine della estrema rilevanza che la saga degli zombie romeriani riveste all’interno della storia del cinema di tutti i tempi. La sensazione è che Romero, chiuso un primo memorabile trittico, con “La terra dei morti viventi” abbia aperto un nuovo percorso. Inscrivendo la metafora dei suoi zombi nel contesto del nuovo millennio post-11 Settembre, e centrando, con quel film, subito il bersaglio. Con “Diary of the dead”, film del 2007, che con ritardo biblico giunge solo in questi giorni in alcune, selezionatissime sale del nostro paese, il discorso di progressivo update della saga romeriana prosegue. Inglobando al suo interno il ruolo dei nuovi media, vero fulcro di un film continuamente frammentato su schermi di ogni tipo. La mass-medializzazione collettiva, il poter girare ognuno il suo film grazie agli strumenti messi a disposizione della tecnologia, offre a Romero l’opportunità di ricollegare questo suo film al primo capitolo della saga. In “Diary of the dead” un gruppo di studenti di cinema cerca di girare un film horror a basso costo, sfruttando le potenzialità delle riprese digitali. Il tutto ricorda le circostanze in cui venne alla luce, nel lontano 1948, “La notte dei morti viventi”: diversi mezzi, ma identico lo spirito. Un esperimento riuscito, originale e avvincente. Interessante, sul piano teorico, almeno quanto (se non di più) il molto più considerato “Cloverfield”. Ben diverso, almeno a mio parere, il discorso per “Survival of the dead”, visto due mesi fa a Venezia. A fine visione il film ha lasciato persino i romeriani più convinti con l’amarissima sensazione di un totale buco nell’acqua. Sembra che il film sia stato girato con pochi soldi, poche idee e pochissimo entusiasmo. Che Romero abbia volutamente realizzato un film di così basso profilo? Il dibattito è più che mai aperto.

 

“Diary of the dead” [****]

“Survival of the dead” [**]

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domenica, 01 novembre 2009 | in : in sala, spike jonze



Si può sostenere tranquillamente che certi film, più di altri, nascono sotto l’auspicio favorevole di una buona stella. Miracolose alchimie di immagini e suoni, perfetti connubi di cuore e cervello, dove ogni cosa sembra essere la cosa giusta al posto giusto nel momento giusto. Dove accade esattamente quello che dovrebbe accadere. Conoscete un modo per accontentare tutti? Non facile, quando la creazione di mondi passa attraverso l’intercapedine imprescindibile della scrittura. Passaggio spesso ostruito da cumuli di dubbi e detriti di razionalità inesausta. Un foglio bianco su cui diventa improvvisamente difficilissimo riversare se stessi e quello che si ha dentro. Il mestiere di raccontare può diventare la cosa più difficile del mondo se non si conosce, o si è smarrita per strada, la capacità di giocare. Scoprire la dimensione dello stupore e la vivificante potenza della fantasia come unici antidoti alla solitudine e alla tristezza (dello scrittore così come di ogni altro genere di sognatore) è allora imperativo. Pena l’esclusione da un intero universo di avventure e navigazioni. Il crollo del castello che sorregge il proprio play.  Se nei suoi due precedenti film Spike Jonze aveva prediletto, anche grazie alle straordinarie sceneggiature di Charlie Kaufman, un complesso discorso sulla complessità della scrittura, con “Nel paese delle creature selvagge” sembra che Jonze abbia voluto spostare il baricentro del suo cinema dal cervello al cuore. Generando un film miracoloso, che dietro la tenerezza di una meravigliosa anarchia continua comunque a far affiorare la complessità stratificata di una nuova potente riflessione sulla stretta interconnessione che lega il mondo dello scrittore a quello delle sue creature. Selvagge perchè partorite dalla mente di un bambino, figlie di una fantasia non regimentata e non ammorbata da sovrastrutture adulte. Scrivere il proprio nome su qualsiasi cosa (sul logo della Warner, su un tronco d’albero o sulla carena di una barchetta) è il segno di un  desiderio di creazione e di fuga. Da una realtà che ferisce e frantuma qualsiasi necessità di amore e di condivisione. Esigenza fondamentale, che nasce sempre da una perdita o da un distacco, e che riesce a trovare un suo canale di espressione nella scrittura. Nascondersi per rivelarsi. Parlando la lingua universale di cui sono fatti i sogni.

 

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domenica, 25 ottobre 2009 | in : miti, samuel fuller, super-cult



Anche l’amore è un campo di battaglia per Samuel Fuller: c’è sempre qualcuno che ne esce col naso spaccato. Potrebbe essere questa l’ideale tagline per un film risoluto e vigoroso come “The Crimson Kimono”. Cinema che brilla per nettezza di stacchi e contrasti. Capace di dipingere un affresco di enorme potenza servendosi di pochissime, decise pennellate. E che mai cede alla tentazione dell’autoindulgenza o dell’autocompiacimento. Piuttosto si mutila e comprime in omaggio alla strutturazione di un meccanismo narrativo in continua tensione, del tutto privo di cedimenti o lungaggini. Il cinema di Fuller ruota sempre intorno alla magistrale costruzione di racconti e personaggi in grado di spiazzare le aspettative dello spettatore. Nel "Kimono scarlatto" un torbido intrigo di malavita e malaffare nella cornice losangelina di fine anni 50 assume strada facendo i contorni di un doloroso e sagace apologo sull’amore e sulla gelosia. Su quanto sia facile vedere (in un quadro o negli occhi di una persona a cui teniamo) quello che noi decidiamo di vedere. Temi fulleriani per eccellenza come l’assoluto valore dell’amicizia maschile o l’inevitabile e continuo precipitare nel ricordo del trauma bellico (la Corea nel caso di Fuller è quantomai un luogo dell’anima), nella pregna asciuttezza stilistica del “Kimono scarlatto” trovano una delle espressioni più felici dell’intera filmografia di questo (enorme) cineasta. Grandissima capacità di scrittura, portentosa efficacia nella caratterizzazione di personaggi sapidi e taglienti, e sapiente abilità nel catturare lo spirito e l’atmosfera dei luoghi più diversi. In questo caso è la Little Tokio di Los Angeles il palcoscenico perfetto per una memorabile battaglia di Kendo tra i due protagonisti. Nel duello d’amore tra i due poliziotti, un caucasico e un nisei nippo-americano, affiorano anche i temi della discriminazione razziale e della eterna lotta che ogni minoranza negli States è costretta a combattere per affermare il suo status di piena dignità e legittima autonomia. Altre tematiche fondamentali nel percorso umano e artistico di un regista che per anni, a denti stretti, ha difeso la sua vocazione all’indipendenza. Opponendosi strenuamente a chiunque pensasse di poter fare di lui qualcosa di diverso da quello che lui ha sempre provato a fare: Cinema, con un sigaro in bocca e una pistola carica in mano.

pickpocket83 @ 11:17 | commenti (9)(popup) | commenti (9)

In un imprecisato futuro, su un pianeta sconvolto da imponenti glaciazioni, un'umanità sull'orlo del collasso trascorre i giorni che la separano dalla definitiva estinzione giocando ad uno strano gioco dalle regole oscure ed enigmatiche: Quintet. Cinque giocatori mediante lanci di dadi si rincorrono su una pedana di forma pentagonale, sterminandosi a vicenda. Il sopravvissuto dei cinque sfida un sesto uomo, estratto a sorte ad inizio partita, ed emblema della imponderabilità assoluta sotto la quale i giocatori accettano di porre le loro esistenze. Il tutto si svolge sotto gli occhi di un misterioso jus dicente, vero e proprio incontestabile arbiter del gioco. La partita si conclude sempre con un solo superstite, l'unico giocatore riuscito a sfuggire agli attacchi degli avversari nonchè l'unico riuscito ad eliminarli quando le regole del gioco lo avessero richiesto. In premio il brivido di sentirsi vivi, mai tanto intenso quanto nell'attimo immediatamente successivo ad una morte di poco sfiorata.  Pervaso dal riferimento continuo a complesse numerologie e astrazioni geometriche, e innestato su una struttura che lo avvicina a "La decima vittima" di Elio Petri, è forse uno dei film più oscuri, grevi e pessimisti di tutta la filmografia altmaniana. Se altrove il lucido disincanto di Robert Altman verso le magnifiche sorti  e progressive dell'umanità si stempera nell'acre ironia, in "Quintet" il pessimismo più cupo e radicale sembra costituire lo sfondo di un gioco di specchi e rifrazioni che non contempla tra le sue regole il ricorso al sorriso dissimulato. Pezzi di cinema, come tessere di un mosaico letteralmente mai visto, giocano la loro partita in Quintet, incorniciati all'interno di un impianto registico e scenografico (le strutture dismesse dell'esposizione internazionale di Montreal del 1967) di rara complessità. La visione periferica del caldo cine-occhio altmaniano, immersa nell'algido rigore del film, è appannata per tutta la sua durata, relegando le porzioni più esterne di ogni fotogramma al limbo di una percezione sfocata e distante. Al centro del fotogramma, dove la messa a fuoco vince la sua sfida contro la glaciale cristallizzazione altrove imperante, si gioca la partita di "Quintet". Se Paul Newman rappresenta in qualche modo l'alter ego stesso di Altman e del suo cinema, intorno a lui, in una intricata allegoria di citazioni e omicidi incrociati, si agitano spettri bergmaniani (Bibi Andersson), fantasmi bunueliani (Fernando Rey) e persino santi incarnati dentro maschere latine (Vittorio Gassman). Cinema che sopravvive ad altro cinema uccidendolo. E che assorbe nelle sue regole e nel suo distopico meccanismo di arbitraria fictionality chiunque prova a forzarne gli schemi di comprensione/partecipazione.

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mercoledì, 21 ottobre 2009 | in : paolo conte, sound and vision, solo il nipote capisce lo zio
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martedì, 13 ottobre 2009 | in : werner herzog, chavela vargas

Se la caduta è l’inderogabile presupposto di tutto il cinema di Werner Herzog, la tensione ascensionale verso il volo ne rappresenta in qualche modo il contrappeso teorico. Dal dualismo caduta/ascensione germina anche il fragoroso contrasto tra glaciale immobilità e febbricitante, ossessiva, inerziale vocazione al movimento perpetuo. Percepibile come una rima di frattura lungo tutto il sentiero dell’andare herzoghiano, è forse il cuore incandescente della sua poetica e si cristallizza dentro alcuni straordinari frammenti del suo cinema. Nei mulini a vento di “Segni di vita” , sogno in grado di risvegliare la follia e i fuochi del giovane Stroszek. Nelle pale eoliche di “The Wild Blue Yonder”, contro cui Brad Dourif proietta la sua figura di alieno alienato e perdente. Nella fondamentale ultima crepuscolare inquadratura di “My Son, My Son, What Have Ye Done”, stratificazione perfetta di una intera filmografia: la placida stillness di una palla da basket imbrigliata sul ramo di un albero (come la barca di Aguirre, come la nave di Fitzcarraldo) che stride con l’intenso fluire del traffico di San Diego lungo una arteria a scorrimento veloce sullo sfondo. Un canto mariachi a segnalare l’avvenuto attraversamento della frontiera. E’ lungo questo confine che si inscrivono anche tutte le altre opere della elevazione disseminate lungo il cammino del regista monacense. In “Dove sognano le formiche verdi” il doloroso distacco degli aborigeni australiani dal loro patrimonio identitario passa attraverso il volo senza ritorno di una grande formica verde con le ali. Il dittico di documentari “Little Dieter needs to fly” - “Wings of hope” racconta le vicende umane di un uomo e una donna segnati da drammatiche esperienze di volo, e che il volo ha miracolosamente riportato alla vita. L'ascesa torna al centro delle riflessioni di Werner Herzog con “Il Diamante Bianco” nel 2004. L’idea di osservare attraverso la levitazione di una cinepresa i miasmi della catastrofe ultima del Creato aveva infiammato lo sguardo di “Apocalisse nel deserto”. Con “White diamond” Herzog muovendosi in direzione opposta ha cercato di catturare su celluloide (“In celluloid we trust”) il silenzio e l’immagine vergine della foresta pluviale in Guyana, sorvolata a bordo di uno speciale pallone aerostatico. Lasciando impressionare la sua pellicola dalla luce dell’ultimo bagliore della creazione sfuggito alla percezione umana. Senza tuttavia che alla cinepresa sia concesso di penetrare nel luogo sacro dei rondoni, dove al riparo da ogni rivelazione si nasconde il segno ultimo della natura. Rondoni, galline, merli, pinguini, pappagalli, struzzi, fenicotteri. Presenze sospese tra cielo e terraGalleggianti dentro lo sconfinato perdersi di un wild blue yonder lontanissimo. Sopravvissute a una rovinosa caduta e protese verso la conquista di una inutile verità.

 «Sono andato dalla Eisner, era ancora spossata e segnata dalla malattia. Qualcuno doveva averle detto per telefono che io ero arrivato a piedi; io non volevo dirlo. Ero imbarazzato e ho steso le gambe dolenti su una seconda sedia che lei mi ha spinto davanti. Nell’imbarazzo mi è passata per la testa una cosa e dato che la situazione era comunque strana, gliel’ho detta. Insieme, ho detto, faremo un fuoco e arrostiremo i pesci. Allora lei mi ha guardato con un lieve sorriso e poiché sapeva che ero uno che andava a piedi e perciò un indifeso, mi ha compreso. Per un solo istante, senza peso, per il mio corpo esausto è passato come un soffio di dolcezza. Ho detto: apra la finestra, da qualche giorno io so volare.»

(W. Herzog, "Sentieri nel ghiaccio" - Guanda ed.)
 

pickpocket83 @ 19:35 | commenti (8)(popup) | commenti (8)
sabato, 03 ottobre 2009 | in : in sala, brad pitt, quentin tarantino, christoph waltz



Si può tradire qualcosa che si ama di un amore devastante e che non conosce le mezze misure? La risposta (ovvia) è no. Si finisce anzi per trasformare ogni gesto, anche il più inconsapevole, in un atto di incondizionato affetto nei confronti dell’oggetto del nostro amore. Quentin Tarantino ha cominciato a fare una cosa del genere dal momento esatto in cui ha diretto il suo primo film. E con “Bastardi senza gloria” continua a percorrere, fedele alla linea, il suo personalissimo itinerario dentro i film del cuore che più di tutti hanno plasmato il suo profilo di cinefago (prima) e di cineasta (poi). Tarantino ha definito “Quel maledetto treno blindato” di Enzo Castellari “uno dei migliori esempi di exploitation all’italiana”, di certo apprezzandone il poderoso taglio visivo e la beffarda atmosfera da cameratismo badass in stile “Reservoir Dogs” ante-litteram. Cogliendo l’opportunità di omaggiare una pellicola tanto amata, ha pensato bene di costruirci su una sceneggiatura a dir poco impeccabile impreziosita da una mezza sporca dozzina di alcuni tra i più straordinari personaggi mai usciti dalla sua abile penna. Le loro “rappresentazioni” sullo schermo, su tutte quelle di Christoph Waltz (maestoso) e di Brad Pitt (ancora una volta perfetto), non sono da meno. Come sempre densissima la corrente “interna” di cinema nel cinema che attraversa anche questo film del buon Quentin. Se lo spirito e l’aura di Sergio Leone riecheggiano in molte splendide sequenze del film, è con l’articolato universo del cinema tedesco a cavallo della seconda guerra mondiale che Tarantino interagisce di più in “Inglourious Basterds”. Il cinema di propaganda in primis, capace di cooptare al suo interno figure di notevole calibro intellettuale come quella della documentarista Leni Riefenstahl. Il cinema di George Wilhelm Pabst, e le molteplici incarnazioni sul grande schermo di Greta Garbo. E finanche il capitolo (dalle nostre parti poco conosciuto) di un sotto-genere come quello dei “Film di montagna” tedeschi degli anni ’30. L’elenco potrebbe continuare, spostando la nostra attenzione sul cinema francese e su tutta una lunga serie di “influenze” (ma sarebbe forse più corretto parlare di “inglobamenti a caldo”) questa volta tricolori, che si possono percepire dentro “Bastardi senza gloria”: Castellari, Sollima, Di Leo, Margheriti. Non andrebbe però mai perso di vista l’aspetto più importante dell’intera faccenda: Tarantino compie questo tipo di scelte divertendosi come un bambino. Sbagliato sostenere  che Tarantino “prende in giro” il suo pubblico. Tarantino gioca con il suo pubblico, cosa ben diversa. Cerca un complice nel suo pubblico. Cerca uno sguardo alla pari con cui poter condividere entusiasmo e passione, nutrendo lui stesso ancora (e forse più di tutti i cineasti viventi) una sconfinata fiducia verso le potenzialità espressive del cinema. Se nel film di Castellari ad essere dirottato era un treno blindato, Tarantino nel suo remake-pastiche, posizionando un carico di pellicola altamente infiammabile sui binari del suo proiettore,  alza la posta in palio. Il suo è un cinema talmente potente da riuscire a dirottare persino il corso della storia.

 

[**** ½]

pickpocket83 @ 19:14 | commenti (28)(popup) | commenti (28)

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Pickpocket83: Buonasera.

 

Honeyboy: Buonasera! Oddio, non sarà una cosa tipo Frost/Nixon?

 

P: Molto meglio.

 

H: Mi sento confortato...

 

P: Prima di cominciare, grazie per l’importante esclusiva che stai concedendo a Cinedrome. Ne siamo onorati.

 

H: L'onore è tutto nostro, dico davvero, e parlo per l'intera redazione.

 

P: Poco prima di registrare questa intervista alcune persone del tuo staff hanno recapitato alla nostra redazione una busta sigillata con alcune “condizioni preliminari” da rispettare durante l’intervista. Tra queste, alla nota numero 3, si precisa che l’argomento cinema non avrebbe potuto occupare uno spazio complessivo superiore al 39.4%. Cominciamo quindi parlando di altro. Parliamo di scrittura. Cos’è per te la scrittura?

 

H: Si parte subito con le cose difficili! La scrittura non è niente di diverso dal confrontarsi con la vita, esprimere un punto di vista sulla realtà, il contesto storico e il tempo in cui viviamo (credo che chi scrive non debba avere paura di "sporcarsi le mani" con cavi elettrici e tutto ciò che segna i nostri tempi, coi moribondi e in generale la gente che se la passa poco bene, con la merda che continuerà sempre a puzzare nonostante i tentativi di "abbellimento"). Credo che la scrittura "vera" metta in prima linea l'onestà (non si può condividere la plastica), il cuore a braccetto con il cervello e le viscere sempre in bella vista. La scrittura è scrittura quando muove le cose, in qualsiasi direzione, senza necessità di traguardi.

 

P: Credi che la scrittura possieda un qualche potere terapeutico?

 

H: Certo, quando è sincera. Scrivere quello che senti ti libera da qualche peso, come fosse una confessione. Non mi ritengo uno scrittore (perché cucino anche, ma questo non fa di me un cuoco) ma uno che tenta di scrivere qualcosa, e nonostante questo non potrei mai fare a meno della scrittura, di una penna e un foglio di carta o di una tastiera. Questo perché scrivere mi aiuta a sentirmi vivo.

 

P: Hai dei punti di riferimento particolari, degli scrittori che consideri per te imprescindibili?

 

H: Soprattutto Don DeLillo (LO scrittore), David Foster Wallace (IL cuore), Donald Barthelme (LO sperimentatore), Raymond Carver (alcuni suoi racconti mi hanno avvicinato alla letteratura), John Barth (l'opera galleggiante è uno dei libri della mia vita), Philip Roth (!) e Paul Auster (!!). Ma anche Dave Eggers, Chuck Palahniuk e Bret Easton Ellis. E poi, chiaramente, Pynchon, a cui ho anche dedicato il titolo del mio blog.

 

P: Quali sono i 5 libri che sottrarresti ad un rogo cartaceo universale e ti sforzeresti di imparare a memoria, per trasmetterli alle future generazioni?

 

H: Non è per nulla una domanda semplice alla quale rispondere... Sicuramente “Infinite Jest” di D .F. Wallace, anche se mi ci vorrebbe una vita intera... Poi “Underworld” di DeLillo (altro lavoraccio!) e “Pastorale Americana” di Roth. “Cattedrale” di Carver e infine, a sorpresa, “American Tabloid” di Ellroy.

 

P: Titoli particolarmente agevoli da memorizzare.

 

H: Già...

 

P: Dicci qualcosa dell’ultimo libro che hai letto.

 

H: “Invisible monsters” di Palahniuk. Bisognerebbe parlare di "apparire" e di "apparenza", o meglio delle strategie che bisogna individuare per apparire agli altri (una top model che si ritrova sfigurata). La cosa che più mi entusiasma del buon Palahniuk è lo stile, sembra quasi che infili un videoclip dietro l'altro con brevissimi stacchi di montaggio. Tutto viaggia ad una velocità sorprendente.

 

P: Caratteristica quindi ben "trasfigurata" sullo schermo dal “Fight Club” di David Fincher?

 

H: Puoi dirlo forte. Il Fight Club fincheriano non concede respiro, ti porta "dentro", ti scazzotta e non ti molla fino ai titoli di coda. Ed è inoltre uno dei più grandi film degli anni '90, forse lo prediligo addirittura al libro di Palahniuk (che è comunque enorme).

 

P: Continuiamo a parlare di “adattamenti” e di sceneggiatori prestati alla regia. Hai avuto di recente modo di vedere il film diretto da Charlie Kaufman “Synecdoche New York”, che dopo “Il ladro di orchidee” affronta ancora una volta il tema della scrittura, e della scrittura nel cinema. Lo consideri un esperimento riuscito?

 

H: Charlie Kaufman, perbacco! Io considero “Adaptation” (il titolo originale rende molto meglio l'idea) una sorta di "dizionario" sulla scrittura per il cinema. “Synecdoche New York” è un esperimento fallimentare, perché non si possono "scrivere" (e dunque filmare) personaggi che cerchino di sottrarsi alla finzione (come il protagonista del film). Considero l'esperimento "riuscito" come una dimostrazione per assurdo, dove il fallimento della dimostrazione decreta la veridicità della tesi. Cioè che il cinema (ma in generale l'arte) non può sostituirsi alla vita, la realtà è l'input al quale il cinema reagisce, producendo in seguito un qualche output (che non può essere nuovamente la realtà).

 

P: E’ stato tratto un film anche da “Brevi interviste con uomini schifosi” di David Foster Wallace, in uscita proprio in questi giorni negli States. Sai dirci qualcosa in merito?

 

H: Sono un po' dubbioso. Credo che solo Lynch, Cronenberg o Herzog (insomma cineasti di       questa portata) sarebbero in grado di fare cinema lavorando su un testo di Wallace (per non parlare di brevi interviste, che non è assolutamente omogeneo, a meno di trasporre proprio solo le "interviste"). Vedremo...

 

P: E’ in arrivo anche un altro importante adattamento cinematografico. David Cronenberg porterà sullo schermo pagine di DeLillo. Di che si tratta?

 

H: Cosmopolis! Sarà un Evento che marchierà a fuoco le nostre memorie, qualcosa da raccontare ai nipoti. Ho aspettative abbastanza basse come puoi vedere... Se penso cosa ha combinato Cronenberg con Ballard e Burroughs (e soprattutto con due romanzi che sembrerebbero davvero impensabili da trasporre, come “Crash” e “Il pasto nudo”, e del resto anche trasporre “Cosmopolis” non è proprio quella che io chiamo una passeggiata) ho i brividi. Brividi inarrestabili non tanto perché “Cosmopolis” sia il miglior DeLillo (non lo è...) ma perché è certamente il più cronenberghiano e profetico (insieme a “Rumore bianco”) tra i suoi romanzi.

 

P: Ancora cinema-letteratura. Paul Auster ha dedicato grande attenzione ed affetto al documentario “Man on wire”. Cosa pensi abbia “visto” Auster nelle straordinarie imprese di Philippe Petit?

 

H: Hai letto “Mr. Vertigo”? Credo che Auster sia in un certo modo attratto (come me, del resto) dalla sospensione, da questi personaggi che possono fare cose straordinarie nell'aria, meravigliare centinaia di occhi, ma che poi devono necessariamente mettere i piedi per terra ed affrontare la vita. Del resto credo che Philippe Petit (che Auster conosceva già ben prima di vedere il documentario) abbia un po' ispirato proprio la stesura di “Mr. Vertigo”.

 

P: Non ho letto “Mr. Vertigo”. Dovrò rimediare.

 

H: Spero sopravviva all'auto da fè.

 

P: Qual è il tuo rapporto con il “documentario” cinematografico?

 

H: Non sono pochi i documentari che amo profondamente, uno su tutti “Apocalisse nel deserto” di Herzog. Credo che proprio Herzog sia riuscito a compiere la più grande riflessione sui confini tra fiction e non-fiction, in “Grizzly Man”, film nel quale si "documentano" le gesta di Treadwell e al contempo ci si interroga su una certa capacità di metteur en scène dello stesso uomo-grizzly. C'è sempre una dose di finzione, credo che il punto sia questo. Scegliere l'angolo con il quale inquadrare, cosa raccontare e come farlo. Il resto ce lo mette la natura, la realtà, questo è vero, ma cionondimeno c'è sempre uno sguardo che traspare, un modo di vedere le cose che "inquina" (per questo trovo particolarmante irrilevante accusare Moore di "faziosità").

 

P: Qual è il tuo rapporto con Quentin Tarantino? Sei pronto per “Inglorious Basterds”?

 

H: Prontissimo. Tarantino pone essenzialmente un problema: a che punto è arrivata la narrazione? Ad un punto di non ritorno? Siamo arrivati ad un punto al quale la rinnovazione è l'unica innovazione possibile? Possiamo realizzare le cose che amiamo davvero sbattendocene altamente di dove si trovi ora questo punto? Non ho le risposte (tranne per quel che riguarda l'ultimo quesito) ma penso che ogni essere umano abbia uno stile peculiare (più riconoscibile o meno, a seconda del grado di maturità, non della persona ma dello stile), un modo di fare e vedere le cose che lo distingue. Il collage è un modo come l'altro di operare, non certo meno personale. Non si "copia" per mancanza di idee ma perché quelle che copi sono le tue, di idee, non so se il concetto è chiaro. E non bisogna credere che realizzare un collage sia cosa facile, parliamo di una struttura che deve mostrare una sua unità al di là dei frammenti da cui è composta. Poi i suoi omaggi sono sempre mossi da un cuore gigantesco, un amore per il cinema che penso non abbia eguali.

 

P: Ora facciamo una piccola pausa. La redazione ha preparato un contributo video per te.

 

H: Vediamo.
 


 

P: Per quale delle due squadre avresti tifato?

 

H: Come si fa a non tifare per Sofocle, Archimede ed Epicuro?

 

P: Parliamo di calcio. Credi che il Bari possa vincere lo scudetto?

 

H: Onestamente me lo auguro. Ma il Bari purtroppo è pura entropia, non credo abbia la continuità necessaria. Può fare la partita della vita a San Siro e poi perdere miseramente in casa. A Ranocchia ho perfino dedicato la mia squadra fantacalcistica...

 

P: Credi che Ranocchia sia da nazionale?

 

H: Io sono per far giocare i giovani (un certo allenatore dice che "devono prima fare esperienza in campo internazionale", ma è difficile che la facciano non giocando!), ma Ranocchia lo vedo come titolare (o almeno convocato!) fra qualche annetto.

 

P: Credi che Cassano giocherà i mondiali?

 

H: Se l'allenatore di cui non voglio fare il nome si decidesse a convocarlo... Cosa deve fare di più, mangiarsi il pallone?

 

P: Descrivici il tuo rapporto speciale con gli organi parenchimatosi. In particolare con la milza.

 

H: La milza è l'organo che più mi affascina: è l'Ade degli organi, il cimitero degli eritrociti. Se ci pensi i globuli rossi hanno una certa coscienza di cosa attende loro dopo la morte, ovvero la milza. Credo che vadano in un posto migliore. Probabilmente anche la morte degli esseri umani prevede l'inglobamento in una sorta di milza gargantuesca. O almeno questo è quello che mi piace pensare.

 

P: Raccontaci qualcosa della tua esperienza di spettatore al Torino Film Festival. Che ricordi conservi delle due passate edizioni?

 

H: A parte per quel che riguarda la compagnia del Para e del Chimy (specie del primo, personaggio arrogante come se ne vedono pochi ^^) al T.F.F. si sta benone. I miei ricordi sono tutti per "Vogelfrei", incredibile manifesto della scuola lettone, forse il più brutto film dell'intera storia del cinema (il che lo nobilita a capolavoro). Ma anche per il finale di “Dream” di Kim-Ki Duk, raramente ho tremato in sala con tale veemenza.

 

P: In che stato ti sembra essere il fenomeno del cineblogging? Quali sono le caratteristiche che un cineblog deve avere per poter catturare la tua attenzione?

 

H: Il cineblogging è agonizzante, le discussioni davvero interessanti che nascono sono sempre più rare, almeno per quello che mi è dato vedere e leggere. Un cineblog (e quelli che seguo non sono moltissimi) cattura la mia attenzione se chi ci scrive si mette al servizio dei film e non di se stesso, se propone un modo particolare di vedere le cose, con il quale posso confrontarmi notando cose che prima non avevo notato. Mi piacciono i cineblog che difendono gli autori sbattendosene di cosa è minore e maggiore, seguendo il percorso tracciato da un particolare cineasta, cercando di collocare ogni suo film all'interno di un puzzle. Mi piace leggere un blog di cinema se "sento" nelle parole la passione, la passione viene prima di ogni altra cosa.

 

P: Leggi molta critica cinematografica? Chi sono i critici di cui più ti fidi? Ammesso che ce ne sia qualcuno.

 

H: Leggo praticamente solo la copia dei Cahiers du Cinéma che mi arriva mensilmente. Per quanto riguarda il suolo italico Giona A. Nazzaro mi piace, e non disdegno neppure i sentieriselvaggini (anche se spesso e volentieri sono in totale disaccordo con quel che scrivono). Ma non c'è un vero e proprio critico del quale mi fidi, sono più (alcun)i blog a spingermi al recupero di una determinata pellicola.

 

P: Siamo quasi alla fine. Rinnoviamo il giochino dei 10 registi, per ognuno dei quali dovrai sbilanciarti con un aggettivo e un film.

 

H: Evviva!

 

P: Terry Gilliam.

 

H: Metanfetaminico, "Brazil".

 

P: Micheal Mann.

 

H: Chirurgico, "Collateral".

 

P: Takeshi Kitano.

 

H: Spiaggesco, "Sonatine".

 

P: David Lynch.

 

H: Pescatore, "Una storia vera".

 

P: Wes Anderson.

 

H: Stilista, "I Tenenbaum".

 

P: Alexandr Sokurov.

 

H: Peristaltico, "Arca russa".

 

P: Jim Jarmusch.

 

H: Cazzaro, "Ghost dog".

 

P: Micheal Gondry.

 

H: Meliesiano, "L'arte del sogno".

 

P: Sofia Coppola.

 

H: Sofia Coppola! Detonatrice, "Marie Antoinette".

 

P: Clint Eastwood.

 

H: Paterno, "Million Dollar Baby".

 

P: Benissimo, direi che abbiamo finito. Grazie per la collaborazione.

 

H: Grazie alla redazione di Cinedrome per l'opportunità.

pickpocket83 @ 10:08 | commenti (12)(popup) | commenti (12)
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