martedì, 30 ottobre 2007 | in : francis ford coppola

Coppola is back. Lo aspettavo con ansia da 10 anni e passa. E’ tornato alla ribalta con un film coraggiosissimo, ardimentoso, difficile. Degno di un baldanzoso e velleitario esordiente, si potrebbe dire. Dietro la macchina da presa c’è invece l’uomo che ha regalato al cinema capolavori assoluti (irraggiungibili, dallo stesso Coppola in primis) come “Il Padrino” ed “Apocalypse Now”. Il desiderio di avventurarsi lungo territori filmici irti e perigliosi (a costo di rischiare lo smottamento), il gusto di provare nuove vie (a costo di sbagliare strada), la voglia di ridiscutere la propria cinematografia ad una età non più giovanissima: basterebbero queste motivazioni per render(mi) l’operazione “Un’altra giovinezza” quantomeno simpatica. Ce ne sono molte altre in realtà…

 

Semeion e logos. La parola, intesa come parola scritta (grafema) e come parola “parlata” (fonema), racchiude nella sua più ancestrale significazione un substrato mistico e sapienziale. La parola non è che il segno di un arcaico, primordiale, profondissimo legame tra l’uomo e la divinità. Tale legame, col progredire della storia dell’uomo, pare essersi progressivamente sfilacciato, minacciato dalla deriva nichilista (che genera svastiche) e dall’oscuro avanzare delle guerre atomiche. Tim Roth è un linguista affascinato dallo studio delle religioni antiche. La sua attività di ricerca ed il suo ambizioso progetto di scrivere una enciclopedica “storia del linguaggio”, lo sottraggono alla vita, all’amore, agli affetti. Un fulmine (un fuoco, qualcosa di molto vicino ad un battesimo) si abbatte sulle sue ricerche e sulla sua esistenza, la mattina del giorno di Pasqua (resurrezione/redenzione) nella uggiosa Bucarest del 1938. Dopo l’evento, il professor Matei sperimenta su sé stesso due incredibili conseguenze che sfidano ogni determinismo e ogni presunzione di comprensione razionale: egli ringiovanisce nel corpo e acquisisce poteri intellettuali straordinari. La sua memoria diventa ipermnesica (novello Pico della Mirandola, miracolosamente salvato dalla pazzia), le sue capacità percettive lo rendono capace di leggere un libro soltanto stringendolo tra le mani, la sua mente riesce a condizionare telepaticamente il futuro. Egli arriva letteralmente a moltiplicarsi, proprio come si moltiplicano le sue facoltà cognitive. Il futuro è il suo precipuo campo d’azione: egli metterà a punto una lingua che potrà essere compresa soltanto nel futuro, appunto. Accessibile solo all’essere umano venturo, che ancora non esiste. Tramite questa lingua (un nuovo codice comunicativo) egli spera di riportare l’umanità che verrà, devastata dalla guerre e dal dolore (umanità post-umana), alla (ri)scoperta di una dimensione antica e “sacrale” dell’esistenza. Missione, forse utopia, che richiede però un fondamentale approfondimento, un transfert doloroso ma necessario alle origini della storia del linguaggio. Alle origini delle religioni antiche (India). Alle fondamenta stesse del rapporto uomo-dio e fino alle colonne d'Ercole dell'autocoscienza.

 

L’ideale anello di congiunzione e completamento della “missione” del professor Matei ha il volto della giovane Laura. La ragazza (un fantasma mnesico eppure reale) è evidentemente la rifrazione speculare dei caratteri del professore. Anche lei colpita da un fulmine (dopo l’incontro decisivo con Matei sulle Alpi svizzere, e probabilmente a causa di questo incontro) come un cursore nella mani di una qualche potenza cosmica, si muove nella direzione esattamente opposta rispetto a quella in cui si muove il professore. Laura procede a ritroso nel passato. Anche lei utilizza come strumento di comunicazione la lingua (le lingue). Lingue antichissime: il sanscrito, l’egizio, l’assiro, il babilonese, il protoelamita. Sempre più lontano, sempre più. Fino forse ad individuare quel tassello mancante, quell’essenziale “momento” pre-storico di nascita del linguaggio. E’ il tassello mancante della ricerca del professor Matei, nonchè il fondamentale quid capace di dare senso al suo progetto di palingenesi del genere umano. Ma ogni beneficio ha un suo costo da pagare: Laura viaggiando a ritroso nel passato sta invecchiando nel fisico. Il professore, posto dinanzi al dilemma più lacerante e più terribile, sceglie la “terza rosa” (l’amore) a costo di interrompere “ad un passo dal mistero” il percorso di rivelazione/catarsi intrapreso. Il suo è apparentemente il più atroce dei fallimenti, soltanto uno specchio in frantumi. La palingenesi più grande si è in realtà compiuta dentro di lui. Egli ora con la sua scelta, e grazie alla sua seconda giovinezza, ha fatto quello che in passato non era stato mai in grado di fare: ha posto il verbo dell’amore al centro del suo essere. Forse, il segreto più grande è proprio in questa fondamentale (e semplicissima) verità.

 

Film a mio avviso (come già detto) coraggiosissimo, e nonostante qualche sovraccarico, assolutamente riuscito e coeso. Mi riesce difficile considerare questo film in qualche modo irrisolto, incompiuto, come è stato detto da più parti. Il film ha invece a mio modo di vedere nella “cornice” circolare e nel suo sviluppo narrativo centrale lineare (diviso in 2 parti o atti, scanditi dai due fulmini e caratterizzati da diverse collocazioni spazio-temporali) una solida e compiutissima struttura narrativa. Quella che resta drammaticamente (forse solo apparentemente, in realtà) incompiuta nel film è nei fatti solo la missione del professore. Questo forse ad un primo sguardo potrebbe “tradire” e dare l’impressione di una mancata risoluzione del film in quanto tale. Aggiungo il doveroso plauso ad un cast di grande spessore, illuminato magnificamente dalla presenza magnetica di Bruno Ganz e dalla indiscutibile bravura di Tim Roth. Ottima regia, a tratti deliziosa in qualche taglio visivo vagamente espressionista. La valutazione, a mio modestissimo modo di vedere (ed in base ad un giudizio assolutamente soggettivo e influenzato da attitudini/sensazioni personalissime), non può che essere più che positiva.

 

Voto personale: 8,5/9

pickpocket83 @ 13:28 | commenti (23)(popup) | commenti (23)
venerdì, 26 ottobre 2007 | in :

"Layla" (Eric Clapton)

Layla, got me on my knees..
Layla, I'm begging, darling please...
Layla, darling won't you ease my worried mind...

P.S. Sempre dalla stessa "benedetta"  unplugged-session su MTV vi segnalo anche le splendide versioni di "Running on Faith" , "Lonely Stranger" , "Tears in heaven" , "San Francisco Bay Blues" e della mitica "Old Love" . Per i malati di blues: "Before you accuse me" ... buon ascolto...

pickpocket83 @ 18:14 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
mercoledì, 24 ottobre 2007 | in : micheal gondry

Casualità sincronizzate parallele. E’ quello che è capitato al sottoscritto e al carissimo amico blogger Honeyboy, quando ci siamo ritrovati a scegliere praticamente “in sincrono” lo stesso film. La scelta, tra centinaia di film possibili, è caduta per entrambi su “L’arte del sogno”, un film che curiosamente parla proprio di “Casualità sincronizzate parallele”! Quando la realtà supera l’immaginazione, è il caso di dire… Abbiamo deciso di farne una recensione gemellata  per celebrare il singolare evento e (soprattutto) per cementare una bella amicizia tra cineblogger. Buone letture!


Se potessimo “comunicare” attraverso il sogno, in presa diretta sull’inconscio, cosa racconteremmo? E come racconteremmo quel qualcosa? Con immagini? Con suoni? Con parole? O forse attraverso il nostro modo di vivere, di amare, di relazionarci con le persone? Il sogno. Deterministico parto di flussi elettrici che regolano la funzione cerebrale lungo assoni e bottoni sinaptici: certamente. Confluenza disorganica di stimoli e percezioni mutuate dalla giornata appena trascorsa: accertato scientificamente anche questo. Escamotage per resettare efficacemente le coordinate encefaliche spazio-temporali e rendere il cervello pronto ad immagazzinare i dati di altro vissuto: lo sostengono i neurofisiologi. Calderone ribollente in cui si annidano le più recondite pulsioni e i più profondi enigmi della psiche umana: lo diceva Freud. Soltanto questo? Assolutamente no. Nel sogno c’è un potenziale enorme e dirompente di materia creativa, c’è la vitalità dell’immaginazione espressa all’ennesima potenza, c’è l’assenza del limite e il superamento del codice, c’è la dolce e sfrenata anarchia di un ordine impossibile (quindi definitivamente esploso). Lo sapevano bene i surrealisti, lo sapeva Dalì, lo ha riaffermato Lynch. Ora tocca a Micheal Gondry fare la sua parte: il sogno, in sintesi, è materia rivoluzionaria. Ed il cinema stesso è l’arte del sogno.

Stephane sa benissimo come “maneggiare” i sogni, e come trarne “vita”. E’ maestro in quest’arte. La sua è una mente che somiglia ad una frenetica cabina di regia: sempre pronta a zoomare, tagliare, montare e rimontare la pellicola delle percezioni per farne “creazioni” ex-novo. Genio polimorfo, Stephane scrive romanzi (romanzi noir), compone sonate per pianoforte (romantiche), disegna illustrazioni per ricordare i grandi cataclismi della storia umana (“disastrologia”) e inventa bizzarre macchine che trasportano indietro/avanti nel tempo di un solo secondo. Stephane vive dentro di sé la più incredibile delle esperienze, e questo fin da piccolo: evidentemente per padroneggiare l’arte del sogno bisogna in qualche modo essere “speciali” sin dalla nascita. La meschina dimensione della quotidianità (grigia, monotona, triste) è quella che è anche per Stephane, e può trasformarsi persino in un incubo/prigione quando la persona che ami ti respinge, o quando ti accorgi che la vita stessa ti respinge. Buio, sconforto, lacrime: sono gli unici compagni di viaggio in simili momenti di dispersione e disorientamento. In simili asperità c’è però un’ultima, decisiva possibilità per tornare a sognare, o perlomeno per provare a farlo: accorgersi che non si è poi tanto soli, che proprio dove meno te lo aspetti puoi scoprire qualcuno “simile” a te (e che quindi la stirpe dei sognatori non si è ancora del tutto estinta dalla faccia della terra), magari proprio nella persona che ami. Ritrovare nell’altro un po’ di sé stesso può riaccendere la miccia bagnata della creatività. E quello che succede alla coppia di romantici sognatori del film, Stephane e Stephanie (a proposito, nomi stupendi). Partiranno per una meravigliosa crociera a bordo di una nave di cartone. Con un cavallo di pezza come destriero.

Gondry ricostruisce un universo onirico policromo, rutilante, simpaticamente strampalato e naif. Lo fa anche grazie ad un uso veramente originale degli effetti speciali. Ne emerge uno stile visivo particolarissimo (tra Terry Gilliam e Tim Burton), patchwork morbido e colorato di suggestioni e dissonanze. Film dolce e divertente, stralunato ed eclettico. “L’arte del sogno” ci ricorda (mi ricorda) una verità fondamentale: sognare è come respirare, un bisogno fisiologico. Quando non sogniamo rischiamo di mandare il cervello in ipossia, limitandoci a vivere in apnea.

pickpocket83 @ 19:55 | commenti (20)(popup) | commenti (20)
martedì, 23 ottobre 2007 | in : woody allen

Da troppo tempo non dedico un post al mitico Zelig del grande schermo. Urge riprendere l’Allenamento. Lo facciamo con questo rutilante e aggrovigliato caso di omicidio a Manhattan. Un tranquillo editore newyorkese (Woody Allen) e sua moglie (la sempiterna e soave Diane Keaton) si trovano, grazie alla esuberante curiosità di lei e malgrado la pavida infingardaggine di lui, invischiati in una intricatissima e pericolosa trama giallo-rosa. L’apparenza di bonarietà di una tranquilla coppia di anziani vicini di casa comincia a vacillare quando, pur con metodi investigativi poco ortodossi, si scoprono alcuni altarini. La caccia all’assassino diventa pian piano una cosa seria: lei ci prova gusto, lui avrebbe preferito guardare in TV un film con Bob Hope. I coniugi, scoperto che c’è del marcio sotto quello che la polizia ha frettolosamente archiviato come un banale caso di morte per infarto, coinvolgono nell’avventura anche due loro amici: Ted, vecchio spasimante di lei (Alan Alda) e Martia (una statuaria Angelica Huston, divertentissima nel ruolo di scafata donna di mondo che si imbarca nell’impresa disperata di fare di Woody un baro nel gioco del Poker). Un colpo di scena dietro l’altro (con una dose di adrenalina davvero insolita per un film di Woody Allen), ed eccoci arrivati dritti dritti al Gran Finale in cui il Woody più cinefilo omaggia con una sequenza davvero splendida (resa tale anche dalla magistrale fotografia di Carlo Di Palma) la famosa scena degli specchi della wellesiana "Signora di Shanghai". Finale a sorpresa. Il film è uscito nelle sale nel ’93 ma curiosamente ci ritroviamo almeno tre elementi tipici dell’Allen prima maniera. C’è il grande ritorno all’uso della scenografia metropolitana della Grande Mela (o "grande Madre", come dice Woody). C’è la firma dello sceneggiatore Marshall Brickman, braccio destro di Allen nella scrittura di capolavori come "Manhattan" e "Io ed Annie". E soprattutto c’è il ritorno in grande stile di Diane Keaton, nel ruolo di moglie amatissima. Probabilmente il nostro Woody, dopo la burrascosa conclusione del rapporto con Mia Farrow, aveva bisogno di un rassicurante ritorno al passato, cinematografico e non solo. Visto il risultato, direi che le scelte hanno pagato: il film ha la sua carta vincente proprio nella straordinaria alchimia tra Allen e la Keaton, e si giova splendidamente della sempre suggestiva atmosfera newyorkese e di un bello script (soltanto un po’ troppo attorcigliato in alcuni passaggi). Vi segnalo una gag che ha del sublime: la telefonata intimidatoria in playback. Roba da restarci secchi (dal ridere). Uno dei migliori Allen degli anni ’90, dal mio punto di vista secondo forse soltanto ad "Ombre e Nebbia". Da vedere: Woody questa volta non tradisce (anche se forse Mia Farrow la penserebbe diversamente…).

pickpocket83 @ 15:15 | commenti (15)(popup) | commenti (15)
domenica, 21 ottobre 2007 | in :

E' in circolazione nella sale cinematografiche italiane un manicaretto che fossi in voi non mi farei scappare (il catering in questo caso non è per nulla deficitario: le "pizze" a disposizione sono ben 770, quindi non avete scuse). Sul menu troverete scritto "Ratatouille", nell'ordinazione non potete sbagliare. Il piatto deve la sua paternità agli chef della premiata ditta Pixar, erede di una lunga tradizione risalente agli antichi fasti della casa Disney. La Pixar ha qui provato a rinverdire proprio quegli antichi splendori, e dal mio punto di vista (di individuo svezzato a pane e Disney) pare esserci riuscita alla grande. Vediamo un po': gli ingredienti per fare di "Ratatouille" una pietanza a dir poco prelibata penso ci siano tutti. C'è una struttura bella solida, una base ben costruita: una storia ricca, con tante trame e sottotrame ben intrecciate tra loro, dall'andamento ritmato e coinvolgente, senza cadute di tono. C'è la giusta dose di sale: sono affrontati con garbo e intelligenza temi mai scontati come la ricerca dell'identità, la lotta contro le barriere del pregiudizio, l'affermazione del calore del cuore sul gelido e grigio razionalismo di alcuni individui (la polemica contro certa critica, intabarrata nel suo funereo egotismo, vale da sola tutto il film). C'è anche un po' di pepe, un po' di azione: alcune scene "di massa", alcuni esodi murini sono davvero ben orchestrati, e c'è pure una divertente sparatoria domestica al fulmicotone. Il pepe ovviamente è di tre colori diversi: pepe bianco (pepe camerunense di Penja), pepe rosso (il famoso pepe delle Maurizius), e pepe blu (che non esiste). Vive la france. Non manca poi l'apporto organolettico di qualche altra spezia aromatica: c'è una storia d'amore sullo sfondo, ci sono dei villain splendidamente caricaturali e nel complesso ci sono parecchi personaggi molto ben caratterizzati. Lo zucchero (che come sanno mamme e nonne si mette anche in certi sughi, ovviamente nelle giuste dosi) fortunatamente non eccede, ce n'è il giusto, quanto basta per non fare di "Ratatouille" un'appiccicosa melassa. Non si cade mai nel melenso, pur riuscendo il film in parecchi momenti a commuovere. Ed è un gran merito. Assenti coloranti e conservanti: ho apprezzato particolarmente la non-presenza di quei fastidiosissimi riferimenti o pseudo-parodie di altri film, che hanno ammorbato per anni pellicole d'animazione come "Shrek" e compagnia cantando. Questo paradossalmente farà di "Ratatouille" un prodotto a lunga conservazione, vedrete. Anzi, come tutte le cose buone, col tempo acquisterà valore, ne sono certo. Per finire la presentazione estetica del piatto, fondamentale nel canone gastronomico della Nouvelle Cuisine: splendida, piacere visivo non indifferente. L'ambientazione parigina anni cinquanta è davvero una chicca, e l'animazione computerizzata sembra questa volta più che mai ausilio creativo (e non semplicemente  "fine") di tutta l'operazione artistica. Insomma "Ratatouille" è una prelibatezza che certamente non mancherà di solleticare le vostre papille gustative: non risulta indigesto, lo potete consumare a qualsiasi ora del giorno (o della notte), è adatto a qualsiasi tipo di stomaco. Dopo averlo assaporato vi sentirete rinati nel gusto e nello spirito. Consigliatissimo!

Voto personale: 9

pickpocket83 @ 18:18 | commenti (14)(popup) | commenti (14)
domenica, 21 ottobre 2007 | in : vintage juke box

"Teacher i need you" (Elton John / Bernie Tuapin)

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I was sitting in the classroom
Trying to look intelligent
In case the teacher looked at me
She was long and she was lean
She's a middle-aged dream
And that lady means the whole world to me

It's a natural achievement
Conquering my homework
With her image pounding in my brain
She's an inspiration
For my graduation
And she helps to keep the classroom sane

Oh teacher I need you like a little child
You got something in you to drive a schoolboy wild
You give me education in the lovesick blues
Help me get straight, come out and say
Teacher i, teacher i, teacher i, teacher I need you!

I have to write a letter
Tell about my feelings
Just to let her know the scene
Focus my attention
On some further education
In connection with the birdies and the bees

So I'm sitting in the classroom
Looking like a zombie
I'm waiting for the bell to ring
I've got John Wayne stances
I've got Erroll Flynn advances
And it doesnt mean a doggone thing

profl01


 

 

 

 

pickpocket83 @ 12:11 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
sabato, 20 ottobre 2007 | in :

Sono in atto sconvolgimenti nella legge per l’editoria che toccheranno praticamente tutti i blogger, sia nel portafoglio che nel sacrosanto diritto alla libera informazione. Secondo quanto emerge infatti, il Governo starebbe attuando, quatto quatto come un gatto, alcune modifiche alla legge sulla editoria secondo le quali praticamente chiunque possegga un blog e chiunque ne voglia aprire uno si troverà nell’esigenza di iscriversi al ROC, il Registro Operatori di Comunicazione.

Solo una tassa ai possessori di blog quindi? No, non solo, si tratta praticamente di fare una vera e propria schedatura di tutti coloro che scrivono in rete ma soprattutto di attuare un provvedimento censorio sui loro contenuti. Viene spiegato infatti che l'iscrizione al ROC serve “anche ai fini delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa”, in pratica, dopo i recenti attacchi a certi uomini politici, la politica passa all’offensiva e affila le armi della denuncia per diffamazione, con il chiaro intento di censurare tutti quei siti o blog che parlano male o criticano il politico di turno.

Fa così paura il web? Fa così paura da ricorrere allo strumento censorio mascherato da legge balzello? Non possiamo permetterlo, sarebbe una gravissima violazione della libertà di espressione, quella libertà sancita dall’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo la quale recita: Chiunque ha il diritto alla libertà d'opinione e d'espressione; il che implica il diritto di non essere turbato a causa delle sue opinioni e quello di cercare, ricevere e diffondere, senza considerazione di frontiere, le informazioni e le idee attraverso qualunque mezzo di comunicazione.

L’art. 21 della Costituzione recita invece: tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.

Cosa si sta cercando di fare in pratica con questa nuova legge? Si cerca di aggirare l’art. 21 della Costituzione usando l’ultimo capoverso dell’articolo stesso, quello che cioè autorizza l’Autorità Giudiziaria a procedere al sequestro (censura o chiusura) motivato dalla legge. A casa nostra questo è un atto incostituzionale.

Anche il balzello dell’iscrizione al ROC, se vogliamo, limita il diritto all’uso di un mezzo libero come Internet in quanto impone il pagamento di una tassa, pagamento che magari non tutti si possono permettere proibendo di conseguenza a quanti non hanno questa possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero. Sempre a casa nostra questa è una palese violazione dell’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. 

Non possiamo permettere che ciò avvenga, ne va della nostra libertà di espressione. Oltretutto siamo abbastanza sicuri che questa iniziativa del Governo troverà un vasto consenso tra i due schieramenti politici. La libertà di espressione su internet deve essere garantita, senza se e senza ma.

Facciamo sentire la nostra voce, difendiamo il nostro diritto di espressione, non accettiamo questo sopruso da Stato Talebano. Firma la petizione on-line per rifiutare questa legge. Le firme raccolte verranno inviate alla Presidenza del Consiglio e al Presidente della Repubblica, unico garante delle disposizioni costituzionali. Per aderire segui questo link.

Elisa Arduini (http://www.secondoprotocollo.org/index.php)

Ragazzi, la parola chiave è una sola: VIGILARE!

pickpocket83 @ 13:15 | commenti (13)(popup) | commenti (13)
venerdì, 19 ottobre 2007 | in :

"The sun is filled with ice and gives no warmth at all
the sky was never blue
the stars are raindrops searching for a place to fall
and I never cared for you"

pickpocket83 @ 17:00 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
martedì, 16 ottobre 2007 | in : david cronenberg

Carne, lettere, buio, dipendenze, deiscenze, creazione, repulsione. L’atto della scrittura è un atto intrinsecamente fecondativo: presuppone un'unione, un amplesso, una crasi tra significante e significato. Così come ogni processo creativo, si fonda poi su un network di stimoli e reazioni: lo stimolo può venire da un ricordo, da un odore, da un colore, da un’atmosfera, da un’allucinazione chimica. La reazione può materializzarsi in inchiostro, in pennellate di colore, in notturne note di sax, in caratteri arabi scritti da destra verso sinistra su una vecchia macchina da scrivere. Infine sul piano puramente fisico, tangibile, concreto: la scrittura racchiude sempre una certa dimensione di fisicità, una sorta di vis coeundi, sia che si lascino tracce di inchiostro su un foglio con una penna sia che si battano con vigore i tasti di una macchina o di un computer. E’ la famosa fusione di amorosi sensi tra lo scrittore e la macchina. Cronenberg nel “Pasto Nudo” ha riversato tutto il denso lattice della psichedelia narrativa di Burroughs, mescolandolo insieme ad una provetta di umore nero kafkiano (umore di scarafaggio, fluido vitale di insetto) e a tracce di suggestioni retrò. La New York del 1953 è il trampolino per una vertiginosa anabasi nell’inconscio. La tappa intermedia è Tangeri, con i suoi mercati all’aperto e le sue fumerie. L’approdo finale è, evidentemente, la cancellazione, il resetting mentale, l’amnesia necessaria per tornare a creare. Un disinfestatore-scrittore è coinvolto/si coinvolge in una intricata missione (letteraria?): generare parole, redigere un fantomatico rapporto su una società segreta, ed assestare un proiettile nella fronte della moglie tossicomane (fastidioso istmo di collegamento con la realtà, e come tale da recidere). Sotto gli effetti di una portentosa nube di giallo piretro (veleno per gli insetti, oro per gli uomini) l’uomo-scarafaggio perde così ogni connessione col reale, per sprofondare in un universo onirico popolato da deformati personaggi dal polimorfo apparato ghiandolare. Le secrezioni (materia vivente, fluido amorfo, essudato prezioso) ad indicare la via: cibo per il corpo e per la psiche. Una macchina da scrivere, mezzo indispensabile per compiere l’atto “sessuale” della scrittura, è il bene prezioso da trafugare, da contrabbandare di nascosto, porta verso un sospirato areale di alterità. Intanto putrescenti brandelli di esistenze in decomposizione si confondono con i fantasmi angosciati partoriti dall’oscuro utero della mente umana, e periscono sotto una tentacolare rete di ragnatele intessuta dal non-senso: destrutturazione. Cronenberg e le sue ossessioni: la mutazione della carne, la fobia nei confronti dell’atto sessuale/castrazione (fobia qui significativamente declinata nel tema della non-fecondante sessualità omoerotica dell’artista), il dominio impossibile su certe profonde sfere del subconsciente. Gran film. Criptico, affascinante, geniale nelle sue torbide (e per buona parte oscure) allusioni/illusioni circa il processo creativo dello scrivere. Biostimolazione, massaggio neuronale, contro-contraccezione, poltiglie di artropode ben al sangue: unmasked truth.

pickpocket83 @ 12:34 | commenti (34)(popup) | commenti (34)
domenica, 14 ottobre 2007 | in :

"It's a hundred and six miles to Chicago, we got a full tank of gas, half a pack of cigarettes, it's dark  and we're wearing sunglasses"...Quando vedo questi due individui in missione per conto di Dio non capisco più nulla...oltre ogni aggettivazione! Shakeratevi un po' con la mitica Sweet home Chicago...Belushi on my mind...

pickpocket83 @ 17:17 | commenti (11)(popup) | commenti (11)
domenica, 14 ottobre 2007 | in : walerian borowczyk

Incursione nel cinema erotico d’autore, per continuare degnamente il percorso cinefilo dedicato al vizio capitale.“Contes immoraux” ovvero la tavolozza dei colori dell’eros secondo Walerian Borowczyk, regista polacco che affonda le radici della sua poetica nel cuore del surrelismo. Quattro episodi, quattro epoche diverse, quattro modi diversi di vivere e rappresentare il senso/sesso. Nel primo episodio, ambientato in epoca contemporanea, due cugini scoprono i piaceri della fellatio su una burrascosa scogliera francese. La marea che sale è il metronomo del loro amplesso. Il secondo episodio “Teresa Filosofa” racconta con gusto la scoperta dell’autoerotismo da parte di una ragazza perbene, rinchiusa per punizione nella sua stanza. Dolce punizione. Il terzo episodio è il più forte, solenne e in qualche modo angosciante dei quattro. Ambientato nella Polonia del 1600, ha come protagonista la storicamente esistita contessa Bathory (impersonata dalla bellissima Paloma Picasso, figlia di Pablo), insondabilmente attratta dalle giovani fanciulle e perversamente ossessionata da un ideale di purezza virginale. Il quarto e ultimo episodio è una divagazione pienamente surrealista, blasfema e anticlericale che Borowczyk si regala, e ci regala. Il setting questa volta è la Roma papalina del 1498. Il Vaticano non è che una delle tante corti europee, un luogo a la page animato dalla briosa presenza di papa Alessandro VI Borgia. Il Papa, dimessi tiara e pastorale, consuma il suo tempo libero (che doveva essere parecchio) intrattenendo rapporti incestuosi con i figli Cesare (cardinale) e Lucrezia. Nel frattempo a Firenze il Savonarola denuncia il degrado del soglio pontificio e viene mandato al rogo. In una delle versioni del film (se non sbaglio quella italiana) tra un episodio e l’altro erano intercalati dei pezzi di un altro cortometraggio di Borowczyk: “Una collezione particolare”, splendida galleria di oggetti i più disparati in qualche modo attinenti al tema della sessualità e della goliardia spinta. Una chicca che la RHV ha recuperato e proposto come extra nella versione in DVD commercializzata (e definita integrale: sarà cosi? Chi ne sa qualcosa mi aiuti!) in Italia. Film variegato nei toni e costruito su sfumature cromatiche/pittoriche molto diverse. Il primo episodio è intriso di poesia, e ricorda le suggestioni di certi quadri romantici: i flutti, gli scogli, i gabbiani che volteggiano in un cielo grigio. Il secondo episodio è una pulsante ed inebriante danza bacchica, resa in modo splendido con un montaggio serrato e con dei colori caldi e saturi. Il terzo atto (forse il più bello e potente del film) è girato in modo maestoso, ampio, classico e nelle sue atmosfere quasi gelide porta con sé un carico di tanatos tale da farne qualcosa di abbastanza vicino al “Salò” pasoliniano. Fantastico impatto visivo. Il quarto e ultimo episodio è invece un gioco in bello stile, un furoreggiante omaggio bunueliano, una goliardata di gran classe, un colorito e colorato pamphlet polemico. Nel complesso opera vivamente consigliata a chi volesse approcciare questo genere un po’ "insolito" ma capace di regalare delle belle soddisfazioni. Comunque grande, grandissimo cinema.

pickpocket83 @ 13:22 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
sabato, 13 ottobre 2007 | in :

Giunto al termine di una settimana che definire massacrante sarebbe un eufemismo, approdo  ad un ascolto che sia in grado di soddisfare le mie richieste di piacere uditivo-fisico e di rilassamento muscolare. Mi immergo nelle splendide atmosfere Cubane che, come gemme, sbocciano dalle dita di uno fra i più grandi (e misconosciuti) pianisti della storia: Ruben Gonzales. Il merito di aver fatto conoscere al grande pubblico questa figura quasi mitica è tutto dell'accoppiata Wim Wenders-Ry Cooder. Con il loro splendido documentario musicale "Buena Vista Social Club" hanno portato alle luci della ribalta internazionale una serie di personaggi davvero straordinari. Ruben Gonzales è uno di questi: ha suonato per anni e anni nei centri ricreativi dell'isola, lontanissimo dal chiasso dei mass-media e immerso anima e corpo nella realtà del suo paese. Schivo e riservato, ha fatto della semplicità la cifra del suo stile. Ci ha lasciati da poco. L'ancestrale e meraviglioso flavour del jazz afro-cubano vibra nelle sue esecuzioni. Nei suoi virtuosismi al pianoforte c'è l'ebbrezza del Rum e c'è la fragranza dei sigari dell'isola, ci sono i lineamenti soavi delle bellezze creole e ci sono gli echi di certi antichi riti woo-doo. Qualcosa di autentico e di veramente sublime. Voglio condividere con voi un frammento di queste inebrianti noti. Ruben Gonzales e il suo piano. Scatenatevi...

"Cumbanchero"

pickpocket83 @ 19:16 | commenti (9)(popup) | commenti (9)
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