
Simmetria e perfezione: Peter Greenaway all’ennesima potenza, in questo vertiginoso e policromo film-zoo. Una zeta e due zeri, nel titolo originale. In un incidente stradale avvenuto nei pressi di uno zoo e provocato dall’impatto di un cigno sull’abitacolo della vettura (una Mercury bianca) due donne perdono la vita ed una terza perde una gamba ed il figlio che portava in grembo. Le due donne sono le rispettive mogli di due fratelli, entrambi etologi: Oliver e Oswald (le due “O” o i due “zeri” del titolo originale). Dopo la morte delle mogli, i due, ossessionati dall’idea della decomposizione dei corpi, avviano una sorta di indagine per appurare le cause effettive che hanno portato alla sciagura. Intanto la terza donna coinvolta nell’incidente Alba Bewick (che dopo il fatto comincerà a farsi chiamare Leda) intrattiene una liason con i due fratelli, mentre un bizzarro chirurgo appassionato di pittura, comincia ad interessarsi al suo caso clinico ed una prostituta di nome Venere pratica la zoofilia con gorilla e zebre assortite…

Il concetto alla base del cinema di Peter Greenaway è un concetto puramente estetico. Lo stesso Greenaway lo ha dichiarato più volte: per lui il cinema narrativo è bello e defunto, bisogna percorrere altre vie, vie che tornino a sottolineare la piena consanguineità della settima arte con le altre arti figurative (pittura in primis). Ma il senso estetico dei film di Greenaway è simile all’idea della “profondità di campo” in una inquadratura: leggibile a svariati livelli, in omaggio allo spirito da onnipotente enciclopedista che anima il nostro Peter. C’è davvero di tutto in questo film, che forse è uno dei più ricchi di tutta la sua produzione: dall’interesse da documentarista di Greenaway per le scienze naturali (zoologia soprattutto) alla storia dell’arte (ancora una volta un quadro è al centro della scena: “La donna alla spinetta” di Jan Vermeer), dalla mitologia (il mito del Cigno e Leda, la leggenda dei Dioscuri) alla medicina, dalle numerologie strambe (di cui Greenaway ha sempre infarcito i suoi film) alla fotografia. Il tutto accompagnato da un diffuso senso di morte e putrefazione, filo conduttore di buona parte della filmografia del regista. Un complicato castello di costruzioni e (de)costruzioni quindi, un vero e proprio game a cui lo spettatore che decide di guardare il film non può sottrarsi, una cerebralissima “caccia al tesoro” alla ricerca di indizi disseminati e piste interpretative. Senza dimenticare il puro e semplice piacere visivo, quel piacere che, sempre secondo Greenaway, è comunque appannaggio dei pochi che possiedono una adeguata “cultura visiva” e sono già allenati alla fruizione della bellezza nell’arte. Affermazioni su cui si potrebbero aprire infinite parentesi…

Film che in definitiva può provocare effetti contrastanti nello spettatore, soprattutto se lo spettatore in questione non ha mai frequentato prima il bizzarro cinema greenawayano: può entusiasmare, può irritare, può disgustare, può sconvolgere, difficilmente può lasciare indifferenti. Una sola raccomandazione: non aspettatevi il minimo coinvolgimento emotivo. Cercare quello in un film di Greenaway sarebbe come cercare l’acqua nel deserto del Sahara. Due contributi tecnici di assoluto rilievo meritano di essere menzionati: la grandiosa e sublime fotografia del maestro Sacha Vierny e la potente colonna sonora originale composta dal fedelissimo Michael Nyman. Comunque assolutamente consigliato.
Voto personale: 7,5/8
Dedico questa seconda parte del post ad una "illuminante" (è proprio la parola giusta) dichiarazione rilasciata dal buon Peter circa alcuni aspetti tecnici decisamente interessanti che riguardano il film. Penso possa essere molto utile per cercare di cogliere certi elementi credo importanti del modo di fare cinema del nostro amato/odiato Greenaway. Mi scuso in anticipo per la scarsa qualità della traduzione: ho trovato il testo in lingua e ho deciso di approntare io stesso una traduzione artigianale per rendere la cosa un po' più fruibile. Buona lettura!

Greenaway su "Lo zoo di Venere"
“I misteri del Giardino di Compton House” fu un successo di critica. Alcuni distributori in Francia ricavarono persino parecchi soldi grazie al suo autore francofilo e cartesiano, ai suoi modi glaciali e alle sue appassionanti sfide intellettuali. Dare un seguito ad un film di tale successo e ad una cosiddetta opera prima (cosiddetta perché il film in un certo senso era stato preparato nei precedenti 10 anni di cinema sperimentale) non fu così facile. E quando alla fine arrivò, dopo alcune difficoltà persino nel trovare i soldi per realizzarlo, il film “Lo zoo di venere” non fu nemmeno “facile” esso stesso. Alcuni dissero che si trattava di tre film in uno. Primo: un saggio sulla gemmellarità e sull’idea di “incontrare sé stessi”. Secondo: una dissertazione sul mondo visto come Arca. Terzo: una celebrazione di Vermeer, maestro della luce.

Il film fu fotografato dal maestro francese Sacha Vierny, con musiche ancora una volta composte da Michael Nyman, con un cast di animali vivi all’interno di gabbie messi a disposizione dallo zoo di Rotterdam, ed un cast di animali morti filmati lungo tutto l’arco della loro decomposizione in una campagna da qualche parte vicino Dorset. Furono svolte approfondite ricerche sui campi della ginecologia e delle relazioni genetiche tra gemelli. Lo stimato naturalista David Attenborough, il comico Jim Davidson, e il grande attore Joss Ackland (il quale in seguito dichiarò che questo era il peggior film che avesse mai visto, dove era stato lasciato praticamente da solo nella recitazione) dettero il loro appoggio alla realizzazione del film. David Cronenberg dopo poco tempo ne fece una sorta di remake con il titolo “Dead Ringers”, dopo avermi tenuto seduto in un bar di Toronto per una lunga sessione di domande. Lui riuscì con successo nel giochino di far impersonare due gemelli da una sola persona grazie alla disponibilità di Jeremy Irons, mentre noi provammo il gioco molto più difficile di rendere due attori (dichiaratamente fratelli) non solo gemelli, ma gemelli siamesi separati, e non soltanto gemelli siamesi separati, ma gemelli siamesi separati che volevano essere riunificati.
Il chirurgo responsabile del tentativo di unificazione si chiamava Van Megeren, pessimo falsificatore di Vermeer, dal quale prendemmo in prestito certi giochi di luce: una luce che quasi sempre proviene dalla sinistra, a circa un metro e mezzo di altezza dal pavimento. Vermeer usava una specie di macchina fotografica primitiva nel 1670, e Godard suggerì che Vermeer potrebbe essere stato il primo fotografo della storia poiché riuscì a creare un mondo basato su frammenti di tempo separati e modellati interamente con la luce (una definizione, questa, di quello che è il cinema). Per celebrare Vermeer, un elenco delle parole connesse alla luce nel vocabolario del pittore era essenziale e, nel farne uno, ci sembrò corretto fare un elenco simile di diverse tipologie di luci per celebrare l’arte di Sacha Vierny.

Stilammo una lista delle più svariate fonti luminose. Speravamo di mettere nel film un esempio per ognuna delle sue voci. Nell’ambito delle luci naturali: la luce all’alba, al tramonto, a mezzogiorno, al crepuscolo, la luce della luna, la luce delle stelle, il fuoco, la fosforescenza. E per quanto riguarda le luci artificiali: i fuochi d’artificio, ceri, fiammiferi, candele, lampade ad olio, tubi catodici, luci al neon, luci d’automobile, numerose torce e molte molte altre. La sfida finale fu la luce dell’arcobaleno. E nel film c’è anche una ripresa di questo tipo: un arcobaleno infatti illumina la porta d’ingresso della tenda degli elefanti.
La figura di Vermeer come maestro nella manipolazione della luce, ma anche Vermeer come marito, padre di undici figli, protestante che sposò una cattolica in una Olanda divisa dalle religioni, modello di perfezione nella vita familiare e ammiratore discreto delle donne (il quale conferì loro una importanza e un valore rari tra i suoi contemporanei) ha continuato ad affascinare. Per esempio non si vedono mai le gambe delle donne nei quadri di Vermeer e lo stesso abbiamo fatto noi, salvo per il fatto che la nostra eroina nel film non ha affatto le gambe, dato che le sono state amputate per farla “adattare” meglio alla cornice dell’inquadratura.
“Lo Zoo di Venere” costringendo, già a partire dal titolo, a risolvere complessi giochi di simbolismo, significato multiplo e struttura non narrativa, non fu accolto negli ambienti più ortodossi come un comprensibile successo di botteghino, sebbene adesso, dopo 20 anni, il film conti un considerevole numero di fan club dalla Siberia a Città del Messico, nei quali la maggior parte dei membri conosce il film molto meglio di me stesso. A causa tanto delle sue enormi ambizioni quanto dei suoi limiti, questo è l’unico mio film che, se me ne fosse data l’opportunità, desidererei rifare. Un genitore spesso infatti riserva il suo affetto più grande proprio per il più difficile e problematico dei suoi figli.
(Peter Greenaway al BFI)
NOTA: Rinvio quanti volessero approfondire la loro conoscenza sul personaggio Greenaway qui sull'ottimo blog Cinemasema, dove di recente è stato pubblicato il resoconto di un interessantissimo incontro-seminario con il regista: ne potete leggere la prima, la seconda e la terza parte. Si parla del rapporto del cinema di Greenaway con la pittura e si affrontano molti altri temi connessi con i suoi film. Buona navigazione!