Lunga vita alla nuova carne. Per celebrare degnamente la metamorfosi/restyiling di Cinedrome era necessario infilarsi ancora una volta “dentro” lo schermo dell’amatissimo incubo fluttuante cronenberghiano, fino ad esplorarne le pieghe più nascoste, fino a toccarne l’abisso più profondo, fino a rimanere inevitabilmente storditi e abbagliati dal suo bacio, oltre la soglia delle sue turgide labbra virtuali. Più che necessario, direi imprescindibile: come un rito battesimale. Videodrome: l’occhio specchio dell’anima, l’iride come pertugio ideale per favorire la penetrazione indisturbata (ma disturbante) di significanti criptati, l’immagine pixellata come unica forma di realtà concepibile e sociologicamente codificata (sebbene ontologicamente fittizia). Video-circo: violenza su corpi e dentro corpi lacerati da fessure profonde, sciami di perverso elettromagnetismo “bondage”, escrescenze neoplastiche vegetanti su emisferi cerebrali assopiti, orde di cellule impazzite sparate lungo le frequenze carcinogeniche di una TV via cavo. Video-arena: spettatori-pedine dentro la scatola di un grande gioco (di società) al massacro, dentro le mura di un perverso tempio sado-masochista, dentro l’archivio di nastri pre-registrati dispensatori di felicità a buon mercato. Chiesa Catodica: sprovveduti e inermi, presto non diventeremo che fantocci agitati da oscuri manovratori dell’etere in cerca di adepti da istigare al fanatismo dello zapping. Diluita nel liquido amniotico della cavità uterina di un grande televisore anche l’ultima goccia di libertà rimasta, perforeremo il sottile diaframma della realtà sensibile sfondandolo con la granata dell’allucinazione. Il roboante big bang in diretta televisiva partorirà un’umanità dispersa e spezzettata in frammenti, in brandelli di carne esplosa, fuori controllo e (al contempo) sotto controllo. Teleguidati, coercizzati, inglobati da un blob amorfo e viscido che intrappola ogni desiderio, volontà, azione. Armati nostro malgrado, e schiavi di un’emissione luminosa tricromica. Questa la terribile fine dell’umano genere se continueremo a farci crivellare supinamente da raffiche incontrollate di percezioni indistinte, coatte, subite. Dalla passività della percezione discenderanno presto la putrefazione di ogni barlume di senso critico/libertà di pensiero ed il lattice nefasto dell’autoflagellazione del corpo. Un sangue denso e scuro sgorgherà fuori dall’addome di uomini-mangiacassette, preludio di un inevitabile suicidio di massa introdotto da un gingle al cianuro. Innestata su di un connettivo lasso ormai emulsionato dai succhi gastrici/vomito dei tele-predicatori, si svilupperà l’infiltrante massa tumorale dell’assuefazione all’obbedienza, organo-antenna cresciuto per favorire la sottomissione e captare le onde di un alienante ritornello di morte. Obbedienza cieca al fuoco sacro dell’immagine e alla sua potenza. Magnifica ossessione. Potenza silenziosa, corruzione organica, dieresi/dissezione, dissoluzione/dissolvenza. Potere immaginativo, potere mistificatorio, potere distruttivo. No way out. No way back.

Sublime e quasi insostenibile la grandezza di “Videodrome” di David Cronenberg (per chi scrive senz’altro il suo più nitido capolavoro, nonchè una delle pellicole più indispensabili di tutta la storia del cinema). 85 minuti di pura essenza cinematografica, in fotogrammi di disturbante, violenta, urticante bellezza. Nel pantheon dell’immaginario cinematografico del sottoscritto non può non occupare un posto d’onore, insieme ad altre maestose ed irrinunciabili “rivelazioni di celluloide” come l’incipit di “Sentieri selvaggi”, il carosello di “Otto e mezzo”, il Danubio blu di Strauss in “2001”, il piano-sequenza finale di “Professione: Reporter”, i borseggi del “Diario di un ladro” di Bresson, la sparatoria del “Mucchio selvaggio” o lo scontro tra la canoa e il divano in “Nashville”. Fuori dai generi, ma dentro i canoni di un cinema finalmente capace di scavarsi dentro con lucidità e profondità di sguardo. Molto oltre lo steccato della semplice fantascienza organica nel quale molti hanno voluto imbrigliarlo. Compatto, sferzante, crudele, seducente. In una sola parola: perfetto. Grandissimo James Woods, indimenticabili gli effetti speciali di Rick Baker, straordinario il commento musicale di Howard Shore. Vista la venerazione totale che nutro per questo film, dargli un voto equivarrebbe per me ad un sacrilegio, ad una blasfemia, ad un inverecondo atto di ùbris contro le mie divinità cinefile. Girato con maestria a dir poco spaventosa, con la mano ferma e lo stile limpido di chi non si perde in pezzi di bravura o inutili giri di parole. Atrocemente premonitorio: dentro “Videodrome” implode con sconcertante chiarezza un monito di rimembranza orwelliana e di immensa portata filosofica. La metamorfosi è già in atto. Sta a noi staccare la spina e spegnere quel televisore che imperterrito continua a trasmettere le sue nebulose frequenze da una stazione TV vicino Pittsburgh. Sempre che ci riusciamo. Sempre che lo vogliamo veramente. Sempre che dopo essere entrati in Videodrome ci sia rimasta la forza necessaria per uscirne, per riavvolgere quel nastro e per premere sul telecomando il tasto con su scritto OFF.

[Voto personale: !!!]



























