
Il concetto di responsabilità e l’etica delle immagini sono due assi portanti di tutto il cinema di Clint Eastwood. Due fuochi di un’ellisse che narra, solenne e maestosa, di un Grande Paese e dell’ immaginario collettivo che lo attraversa da Sud a Nord, da Est a Ovest. Si avverte quasi la sensazione che davanti a un cinema così splendidamente “morale” ogni nostra disquisizione su messa in scena e diegesi, ogni nostra analisi narratologica o semiotica sia come di colpo incenerita dalla potenza di un discorso che alza il tiro verso qualcosa di altro e di fondamentale. Un neo-umanesimo della post-modernità, erede di Charlie Chaplin e Frank Capra, che trascende ogni dimensione di spazio e di tempo perché si fonda sulle categorie eterne e archetipiche del bene e del male. Che tira in ballo leggi non scritte, abissi di colpa e peccato, nodi interiori, quesiti esistenziali. L’etica delle responsabilità è da sempre al centro della poetica Eastwoodiana. Il potersi dare (all’altro) e fidare (dell’altro). Il saper essere reliable. La certezza/illusione di avere/essere qualcuno su cui poter contare nel momento del bisogno. Il rispetto per sé stessi e per gli altri. La dignità, sacra, inalienabile, di ogni essere umano. Tutte doti che sembrano mancare a molti dei protagonisti delle storie raccontate da Clint Eastwood, e che invece costituiscono rocciosi punti di forza del suo modo di fare cinema. C’è sempre, all’origine di tutto, il venir meno a un vincolo di alleanza, il tradire la fiducia che gli anelli più deboli della catena (i bambini, i giovani) hanno riposto nel mondo degli adulti. E proprio da loro, proprio dai più vulnerabili e indifesi vengono le più belle lezioni di moralità di "Changeling" e del cinema eastwoodiano. Fari, guide, luci per adulti che hanno smarrito la strada. Seppellendo i loro scheletri sotto un cumulo di terra del deserto.

E poi l’etica delle immagini. In “Changeling”, esattamente come nello splendido “Flags of our fathers”, al centro della costruzione narrativa del film c’è una immagine “falsa” che tuttavia (ed è un elemento credo importante) si origina da una storia “vera”, storicamente accaduta in entrambi i casi. Una fotografia. Vera nella sua percezione esteriore/pubblica (perché una fotografia non mente mai), falsa nella sua sostanza interiore/privata (perché una fotografia mente sempre). In “Flags” un manipolo di figli della patria che issa una bandiera americana su suolo nemico: un falso storico e ideologico, una manipolazione a scopo propagandistico, una pura messa in scena. In “Changeling” una madre (vera) ed un figlio (falso) immortalati insieme in uno scatto impudico e straziante: ancora una verità redacted, una manipolazione dei fatti, un tentativo di riscrivere la storia con lo scopo di emendare colpe ed errori che cominciano altrove. Più in alto. Ai vertici di un potere (economico, politico, militare) che non esita a schiacciare l’individuo negli ingranaggi del suo apparato istituzionale. Ora come allora. Ai tempi di Claudette Colbert come nei “tempi moderni” della guerra in Iraq. “Changeling” è un grandissimo film perché, perfettamente in linea con quello che Eastwood “dice” in tutte le sue ultime opere, persegue con decisione e su tutti i fronti la via della “purificazione”. “Changeling” è cinema che sa essere assolutamente reliable sotto tutti gli aspetti. E che a questa totale e piena “affidabilità” coniuga il desiderio e l’urgenza civile di decostruire dalla radice l’ampia fetta di immaginario collettivo americano che fonda la sua fortuna sulla menzogna e sulla manipolazione delle immagini. Per restituirla emendata e “redenta” a chi della potenza salvifica di quell’immaginario ha ancora bisogno. A chi non può fare a meno di sognare una cavalcata sul cavallo di Tom Mix. Nel malinconico crepuscolo dei falsi miti e dei tutori dell’ordine di cartapesta, illuminato soltanto dalla luce tersa e rarefatta di un quadro di Edward Hopper.
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