La costruzione dello spazio e degli spazi nei film del ciclo Corman-Poe è un elemento di fondamentale importanza. L'architettura delle scenografie (lo ha affermato lo stesso Corman) è rimando para-psicanalitico all'immagine del corpo-mente. Se la parte visibile/esterna di un edificio corrisponde alla sfera del conscio, del consapevole, la cripta sotterranea, a cui si accede percorrendo gradini malfermi e polverosi, è un chiaro rimando al rimosso, alla botola dell'es, dei traumi, delle pulsioni sotterrate/nascoste nel buio dell'inconscio. Si pensi alla cripta del film "I vivi e i morti". In quel sepolcro sotterraneo si nasconde la ragione della follia di Roderick. Dalla stessa cripta, dal fondo di quel (tra)passato mai cancellato, si diparte il sisma che sarà responsabile della definitiva caduta di tutto l'edificio/corpo della casa. Roderick Usher si identifica completamente con il luogo fisico (con il set?) che ospita tutto il film (e la nostra visione). E' portatore di una eredità cromosomica distorta (la distorsione "sensoriale" che imprigiona Roderick ne è una spia) che si traduce in un progressivo sfaldamento del corpo/set da lui abitato. Una sorta di magico genius loci. Sacerdote di un luogo consacrato alla corruzione e alla decadenza, votato ad un amplesso necrofilo di totale sovrapposizione/fusione del personaggio/corpo con il suo set/loculo. Si pensi anche alla protagonista femminile del bellissimo "La tomba di Ligeia". Ligeia pur fisicamente venuta meno (o quantomeno scomparsa per una porzione di film alla nostra percezione) non perde la sua strettissima connessione con le pietre della abbazia di Norfolk, vive in quelle rovine, è quelle rovine.
Ed il colore è un altro "luogo" chiave dei film del ciclo. Raccordo metalinguistico posizionabile ad un livello di comprensione quasi istintuale, rorschachiano, insondabile, ancora una volta inconscio. Emblematiche alcune sequenze di "La maschera della morte rossa", fotografate da Nicolas Roeg. Una successione di stanze (poste in serie) contraddistinte da colori diversi (il giallo, il viola, il bianco) a fare da lungo vestibolo alla stanza del "nero", del buio, sprofondata nell'abisso oscuro della morte. Una sequenza di luoghi-colore assolutamente mesmerizzante, come le ombre cromatiche proiettate sul volto (già morto? mai morto?) di Valdemar/Price nei "Racconti del terrore". Vari gradini di perdita progressiva di "consapevolezza". Prodromo all’immersione dentro le gelatine fluttuanti dell’incubo e dentro i colori amniotici (rosa, violetto, azzurro-verde) delle tante escursioni oniriche contenute in questi film. Spazi mentali acquosi, abitati dalle proiezioni incancellabili del ricordo sul presente. Un presente, un adesso che è sempre segnato da un decesso già avvenuto o in divenire. E illuminato perennemente da una serie infinita di candele rosse. Le stesse da cui (ogni volta, in ogni film) si distaccano le fiamme che vanno ad inghiottire, incenerire, seppellire il set. Aprendo ogni volta una breccia dentro il fondale dipinto di tutto l“Haunted Palace” del cinema di Roger Corman. Serraglio di cartapesta infestato da uno sguardo e incarnato dentro il soma dell’ineguagliabile Vincent Price. Principe dell’oscuro capace di illuminare con i suoi occhi anche il più tenebroso degli incubi.


















