martedì, 02 giugno 2009 | in : david cronenberg, scanners, flesh and blood

pickpocket83 @ 20:42 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
martedì, 29 gennaio 2008 | in : david cronenberg, super-cult

Lunga vita alla nuova carne. Per celebrare degnamente la metamorfosi/restyiling di Cinedrome era necessario infilarsi ancora una volta “dentro” lo schermo dell’amatissimo incubo fluttuante cronenberghiano, fino ad esplorarne le pieghe più nascoste, fino a toccarne l’abisso più profondo, fino a rimanere inevitabilmente storditi e abbagliati dal suo bacio, oltre la soglia delle sue turgide labbra virtuali. Più che necessario, direi imprescindibile: come un rito battesimale. Videodrome: l’occhio specchio dell’anima, l’iride come pertugio ideale per favorire la penetrazione indisturbata (ma disturbante) di significanti criptati, l’immagine pixellata come unica forma di realtà concepibile e sociologicamente codificata (sebbene ontologicamente fittizia). Video-circo: violenza su corpi e dentro corpi lacerati da fessure profonde, sciami di perverso elettromagnetismo “bondage”, escrescenze neoplastiche vegetanti su emisferi cerebrali assopiti, orde di cellule impazzite sparate lungo le frequenze carcinogeniche di una TV via cavo. Video-arena: spettatori-pedine dentro la scatola di un grande gioco (di società) al massacro, dentro le mura di un perverso tempio sado-masochista, dentro l’archivio di nastri pre-registrati dispensatori di felicità a buon mercato. Chiesa Catodica: sprovveduti e inermi, presto non diventeremo che fantocci agitati da oscuri manovratori dell’etere in cerca di adepti da istigare al fanatismo dello zapping. Diluita nel liquido amniotico della cavità uterina di un grande televisore anche l’ultima goccia di libertà rimasta, perforeremo il sottile diaframma della realtà sensibile sfondandolo con la granata dell’allucinazione. Il roboante big bang in diretta televisiva partorirà un’umanità dispersa e spezzettata in frammenti, in brandelli di carne esplosa, fuori controllo e (al contempo) sotto controllo. Teleguidati, coercizzati, inglobati da un blob amorfo e viscido che intrappola ogni desiderio, volontà, azione. Armati nostro malgrado, e schiavi di un’emissione luminosa tricromica. Questa la terribile fine dell’umano genere se continueremo a farci crivellare supinamente da raffiche incontrollate di percezioni indistinte, coatte, subite. Dalla passività della percezione discenderanno presto la putrefazione di ogni barlume di senso critico/libertà di pensiero ed il lattice nefasto dell’autoflagellazione del corpo. Un sangue denso e scuro sgorgherà fuori dall’addome di uomini-mangiacassette, preludio di un inevitabile suicidio di massa introdotto da un gingle al cianuro. Innestata su di un connettivo lasso ormai emulsionato dai succhi gastrici/vomito dei tele-predicatori, si svilupperà l’infiltrante massa tumorale dell’assuefazione all’obbedienza, organo-antenna cresciuto per favorire la sottomissione e captare le onde di un alienante ritornello di morte. Obbedienza cieca al fuoco sacro dell’immagine e alla sua potenza. Magnifica ossessione. Potenza silenziosa, corruzione organica, dieresi/dissezione, dissoluzione/dissolvenza. Potere immaginativo, potere mistificatorio, potere distruttivo. No way out. No way back.

 

Sublime e quasi insostenibile la grandezza di “Videodrome” di David Cronenberg (per chi scrive senz’altro il suo più nitido capolavoro, nonchè una delle pellicole più indispensabili di tutta la storia del cinema). 85 minuti di pura essenza cinematografica, in fotogrammi di disturbante, violenta, urticante bellezza. Nel pantheon dell’immaginario cinematografico del sottoscritto non può non occupare un posto d’onore, insieme ad altre maestose ed irrinunciabili “rivelazioni di celluloide” come l’incipit di “Sentieri selvaggi”, il carosello di “Otto e mezzo”, il Danubio blu di Strauss in “2001”,  il piano-sequenza finale di “Professione: Reporter”, i borseggi del “Diario di un ladro” di Bresson, la sparatoria del “Mucchio selvaggio” o lo scontro tra la canoa e il divano in “Nashville”. Fuori dai generi, ma dentro i canoni di un cinema finalmente capace di scavarsi dentro con lucidità e profondità di sguardo. Molto oltre lo steccato della semplice fantascienza organica nel quale molti hanno voluto imbrigliarlo. Compatto, sferzante, crudele, seducente. In una sola parola: perfetto. Grandissimo James Woods, indimenticabili gli effetti speciali di Rick Baker, straordinario il commento musicale di Howard Shore. Vista la venerazione totale che nutro per questo film, dargli un voto equivarrebbe per me ad un sacrilegio, ad una blasfemia, ad un inverecondo atto di ùbris contro le mie divinità cinefile. Girato con maestria a dir poco spaventosa, con la mano ferma e lo stile limpido di chi non si perde in pezzi di bravura o inutili giri di parole. Atrocemente premonitorio: dentro “Videodrome” implode con sconcertante chiarezza un monito di rimembranza orwelliana e di immensa portata filosofica. La metamorfosi è già in atto. Sta a noi staccare la spina e spegnere quel televisore che imperterrito continua a trasmettere le sue nebulose frequenze da una stazione TV vicino Pittsburgh. Sempre che ci riusciamo. Sempre che lo vogliamo veramente. Sempre che dopo essere entrati in Videodrome ci sia rimasta la forza necessaria per uscirne, per riavvolgere quel nastro e per premere sul telecomando il tasto con su scritto OFF.

 

[Voto personale: !!!]

pickpocket83 @ 12:12 | commenti (32)(popup) | commenti (32)
martedì, 18 dicembre 2007 | in : david cronenberg

Una lama. E’ una lama affilata e gelida, l’atteso ritorno di Cronenberg sul grande schermo: film dall’impatto visivo/emozionale/percettivo/sensoriale a dir poco devastante. La lama di “Eastern promises” lacera quell’imene sottile che separa vita e morte. Il rasoio perfora la membrana che (manichea) separa il bene dal male, favorendo la mescolanza tra gli opposti. Il coltello lambisce freddo la carne che genererà carne, amplifica quel dolore che genererà dolore, profonde sangue che partorirà sangue. L’ago si insinua lentamente sottopelle per depositarvi liquori torbidi ed avvelenati, avviando la più strisciante delle “mutazioni” interne. E’ il mistero cristologico di nascita, morte e risurrezione ad essere al centro di questo film “natalizio e pasquale” ad un tempo. Dietro l’apparente banalità di una trama da mafia-movie (eppure per esempio verrebbe da domandarsi perché mai sia stata scelta proprio la mafia Russa, figlia di una nazione che “è” ortodossia fino al midollo) scorre impetuoso, ma sottotraccia, il flusso delle tematiche cronenberghiane classiche, inquadrate qui in un frame che va diventando anch’esso sempre più “classico”, solenne, maturo: la carne che muta (o che “subisce” la mutazione/tatuaggio), la significazione ancestrale e misteriosa del fluido vitale, la macchina/motore come oggetto d’amore e oggetto per (funzionale a) l’amore, la sessualità/violenza percepita  come atto castrante e doloroso. In più: la dialettica morte/vita qui emblematicamente racchiusa nei due personaggi principali. Qualche volta nascita e morte vanno a braccetto, qualche volta nascita e morte possono penetrarsi a vicenda nell’orgasmo abbagliante di una Resurrezione. Dualità. Lui: glaciale caronte traghettatore di anime, figura ambigua e border-line, angelo del trapasso che taglia le dita ai cadaveri, “eraser” che cerca disperatamente di elidere tracce di morte da corpi che una volta contenevano vita. Lei: calorosa e materna levatrice, grembo virginale che accoglie nuove vite alla vita, angelicata madonna dalle fattezze immanenti, generatrice che cerca altrettanto disperatamente di strappare frammenti di vita alla morte (il diario).

Natura trinitaria del Verbo (sulla schiena di Viggo campeggiano tre cupole): Padre-Figlio-Spirito Santo. Il padre/patriarca attraverso la fecondante aberrazione dello stupro, genererà nuova vita e nuova violenza. Il figlio (Christine/Cristo) nell’atto stesso della morte (della madre) tornerà a vivere: nascita, morte e risurrezione, condensate nell’arco di un solo minuto. Lo Spirito Santo: chi se non lui, il nostro Viggo Morte(nsen), il non-generato, il mai-nato (nato morto) e il mai-morto (morto vivente), trait-d’union tra bene e male, perfetta figura di “sintesi”, carta geografica della prostrazione umana. A suggellare questa parabola scritta col sangue una emblematica triplice risurrezione. Della piccola Christine: disseppellita dal cumulo di macerie del suo paese natale ed estratta dal corpo morto di sua madre. Per Anna, che riacquista il ruolo di madre in precedenza brutalmente perduto. Per Nikolai, in quella che è forse la più problematica delle resurrezioni/metamorfosi. Dismessi gli occhiali scuri del mistificatore, resta in piedi soltanto lo scheletro barcollante di una identità tutta da costruire, perché mai esistita “veramente”, perché sempre rimasta celata sotto la maschera della morte. Sulle ginocchia, le stelle che impediscono di genuflettersi dinanzi a Dio: il sacro è dentro, non bisogna cercarlo fuori. Non occorrono idoli, non servono dogmi, non è necessario erigere cattedrali: i corpi cronenberghiani sono gli unici templi dentro i quali è ammesso cantare una preghiera.

 

Voto personale: 10

pickpocket83 @ 20:51 | commenti (36)(popup) | commenti (36)
sabato, 15 dicembre 2007 | in : david cronenberg

Un'altra visione ghezziana benedetta, questa notte, a scompaginare il triste quadro della riproducibilità seriale di palinsesti televisivi nati morti. "Italian Machine" cortometraggio di 23'' girato e scritto per la televisione canadese nel 1976 da David Cronenberg (!). La macchina come oggetto d'amore (vita?)/la macchina come oggetto d'arte (morte?). Possesso carnale versus contemplazione estetica, carne contro metallo, eros contro tanatos. La morte dell'arte (nella deriva contemporanea ridotta a "oggetto da salotto" e drammaticamente svuotata di senso), il cinico feticismo della morte e la risucchiante necessità di vita/olio da mettere nel motore dei corpi. Compiutissimo e folgorante nella sua breve durata, racconta la vicenda di tre appassionati di motociclismo, veri nerd delle due ruote, follemente traviati dalla perfetta combinazione (erotica e primariamente sessuale) di tubi e pistoni che fa funzionare una motocicletta. Il terzetto si mette sulle tracce di un ricco collezionista d'arte, “colpevole” agli occhi dei centauri di aver acquistato una Ducati 900 e di tenersela imbalsamata nel suo appartamento, in esposizione insieme ad un altro "oggetto d'arte" strappato alla vita (un modello, un ragazzo di nome Ricardo, mucose nasali causticate dall’inalazione massiva di cocaina e fredda mentalità da calcolatore elettronico). Sul finire: una sfrenata corsa liberatrice. Per la macchina/corpo oggetto d’arte (la moto tornata a correre, Ricardo tornato a vivere) e forse per l’arte in quanto tale, sottratta al vetro glaciale di una teca da museo e nuovamente capace di correre in quel circuito meravigliosamente (im)perfetto e (jn)finito che è il cinema.

cronenberg italian machine

Voto personale: 8+

pickpocket83 @ 11:33 | commenti (20)(popup) | commenti (20)
martedì, 16 ottobre 2007 | in : david cronenberg

Carne, lettere, buio, dipendenze, deiscenze, creazione, repulsione. L’atto della scrittura è un atto intrinsecamente fecondativo: presuppone un'unione, un amplesso, una crasi tra significante e significato. Così come ogni processo creativo, si fonda poi su un network di stimoli e reazioni: lo stimolo può venire da un ricordo, da un odore, da un colore, da un’atmosfera, da un’allucinazione chimica. La reazione può materializzarsi in inchiostro, in pennellate di colore, in notturne note di sax, in caratteri arabi scritti da destra verso sinistra su una vecchia macchina da scrivere. Infine sul piano puramente fisico, tangibile, concreto: la scrittura racchiude sempre una certa dimensione di fisicità, una sorta di vis coeundi, sia che si lascino tracce di inchiostro su un foglio con una penna sia che si battano con vigore i tasti di una macchina o di un computer. E’ la famosa fusione di amorosi sensi tra lo scrittore e la macchina. Cronenberg nel “Pasto Nudo” ha riversato tutto il denso lattice della psichedelia narrativa di Burroughs, mescolandolo insieme ad una provetta di umore nero kafkiano (umore di scarafaggio, fluido vitale di insetto) e a tracce di suggestioni retrò. La New York del 1953 è il trampolino per una vertiginosa anabasi nell’inconscio. La tappa intermedia è Tangeri, con i suoi mercati all’aperto e le sue fumerie. L’approdo finale è, evidentemente, la cancellazione, il resetting mentale, l’amnesia necessaria per tornare a creare. Un disinfestatore-scrittore è coinvolto/si coinvolge in una intricata missione (letteraria?): generare parole, redigere un fantomatico rapporto su una società segreta, ed assestare un proiettile nella fronte della moglie tossicomane (fastidioso istmo di collegamento con la realtà, e come tale da recidere). Sotto gli effetti di una portentosa nube di giallo piretro (veleno per gli insetti, oro per gli uomini) l’uomo-scarafaggio perde così ogni connessione col reale, per sprofondare in un universo onirico popolato da deformati personaggi dal polimorfo apparato ghiandolare. Le secrezioni (materia vivente, fluido amorfo, essudato prezioso) ad indicare la via: cibo per il corpo e per la psiche. Una macchina da scrivere, mezzo indispensabile per compiere l’atto “sessuale” della scrittura, è il bene prezioso da trafugare, da contrabbandare di nascosto, porta verso un sospirato areale di alterità. Intanto putrescenti brandelli di esistenze in decomposizione si confondono con i fantasmi angosciati partoriti dall’oscuro utero della mente umana, e periscono sotto una tentacolare rete di ragnatele intessuta dal non-senso: destrutturazione. Cronenberg e le sue ossessioni: la mutazione della carne, la fobia nei confronti dell’atto sessuale/castrazione (fobia qui significativamente declinata nel tema della non-fecondante sessualità omoerotica dell’artista), il dominio impossibile su certe profonde sfere del subconsciente. Gran film. Criptico, affascinante, geniale nelle sue torbide (e per buona parte oscure) allusioni/illusioni circa il processo creativo dello scrivere. Biostimolazione, massaggio neuronale, contro-contraccezione, poltiglie di artropode ben al sangue: unmasked truth.

pickpocket83 @ 12:34 | commenti (34)(popup) | commenti (34)
Add to Technorati Favorites