
<<Johnny Guitar è il cinema. Non come si dice, giustamente: John Ford (o Jean Vigo o Lang o Rossellini o Hitchcock o Vidor o Walsh o Ophuls o Dovzenko o.. ) è il cinema. Johnny Guitar è il cinema, il personaggio che rinomina Sterling Hayden ("Strano nome - vuoi cambiarlo?") agisce come il cinema. Arriva "dopo". In tempo per "riprendere" l'azione, fotografarla, guardarla, completarla, imbalsamarla, ucciderla, per "amarla" anche. E' dinamica e insieme di pietra la sua prima apparizione. Cavalca su un costone, il rumore di spari e cavalli giù in basso lo colpisce senza scuoterlo. Si limita a guardare, dall'alto, la rapina che si svolge. Testimone non invitato (deve solo andare a fare il suonatore di chitarra in un saloon, si apprenderà dopo), Guitar si allontana. Sguardo soffice o distratto, o così acutamente fotografico da bastargli un attimo. [...]
La dichiarata ossessione di Ray in Johnny Guitar è il tempo, il passare del tempo, il peso del tempo. I personaggi ne sono inseguiti, spinti, oppressi. "Tutto" deve accadere e accade "subito". Pretesto, provocazione, scontro, condanna, pena, morte, amore. Non c'è davvero tempo per ballare, se non appesi a una corda. Qui il gioco lento e decontratto di Hayden-Guitar fa appunto la parte del cinema. Il bicchiere vuoto che rotola sul bancone sta per cadere e Guitar (è il suo ri-ingresso nella prima scena) lo prende al volo, riflessi da pistolero e ottica di precisione. Più tardi, sarà ancora l'ultimo momento quello del suo intervento a salvare Vienna dall'impiccagione. Il "secondo tempo", la "postumità" immediata, l'ultimo momento, quello del cinema. >>
Enrico Ghezzi in Johnny Guitar, Nuova Eri, 1991 - "Paura e desiderio", tascabili Bompiani














