
Pickpocket83: Buonasera.
Honeyboy: Buonasera! Oddio, non sarà una cosa tipo Frost/Nixon?
P: Molto meglio.
H: Mi sento confortato...
P: Prima di cominciare, grazie per l’importante esclusiva che stai concedendo a Cinedrome. Ne siamo onorati.
H: L'onore è tutto nostro, dico davvero, e parlo per l'intera redazione.
P: Poco prima di registrare questa intervista alcune persone del tuo staff hanno recapitato alla nostra redazione una busta sigillata con alcune “condizioni preliminari” da rispettare durante l’intervista. Tra queste, alla nota numero 3, si precisa che l’argomento cinema non avrebbe potuto occupare uno spazio complessivo superiore al 39.4%. Cominciamo quindi parlando di altro. Parliamo di scrittura. Cos’è per te la scrittura?
H: Si parte subito con le cose difficili! La scrittura non è niente di diverso dal confrontarsi con la vita, esprimere un punto di vista sulla realtà, il contesto storico e il tempo in cui viviamo (credo che chi scrive non debba avere paura di "sporcarsi le mani" con cavi elettrici e tutto ciò che segna i nostri tempi, coi moribondi e in generale la gente che se la passa poco bene, con la merda che continuerà sempre a puzzare nonostante i tentativi di "abbellimento"). Credo che la scrittura "vera" metta in prima linea l'onestà (non si può condividere la plastica), il cuore a braccetto con il cervello e le viscere sempre in bella vista. La scrittura è scrittura quando muove le cose, in qualsiasi direzione, senza necessità di traguardi.
P: Credi che la scrittura possieda un qualche potere terapeutico?
H: Certo, quando è sincera. Scrivere quello che senti ti libera da qualche peso, come fosse una confessione. Non mi ritengo uno scrittore (perché cucino anche, ma questo non fa di me un cuoco) ma uno che tenta di scrivere qualcosa, e nonostante questo non potrei mai fare a meno della scrittura, di una penna e un foglio di carta o di una tastiera. Questo perché scrivere mi aiuta a sentirmi vivo.
P: Hai dei punti di riferimento particolari, degli scrittori che consideri per te imprescindibili?
H: Soprattutto Don DeLillo (LO scrittore), David Foster Wallace (IL cuore), Donald Barthelme (LO sperimentatore), Raymond Carver (alcuni suoi racconti mi hanno avvicinato alla letteratura), John Barth (l'opera galleggiante è uno dei libri della mia vita), Philip Roth (!) e Paul Auster (!!). Ma anche Dave Eggers, Chuck Palahniuk e Bret Easton Ellis. E poi, chiaramente, Pynchon, a cui ho anche dedicato il titolo del mio blog.
P: Quali sono i 5 libri che sottrarresti ad un rogo cartaceo universale e ti sforzeresti di imparare a memoria, per trasmetterli alle future generazioni?
H: Non è per nulla una domanda semplice alla quale rispondere... Sicuramente “Infinite Jest” di D .F. Wallace, anche se mi ci vorrebbe una vita intera... Poi “Underworld” di DeLillo (altro lavoraccio!) e “Pastorale Americana” di Roth. “Cattedrale” di Carver e infine, a sorpresa, “American Tabloid” di Ellroy.
P: Titoli particolarmente agevoli da memorizzare.
H: Già...
P: Dicci qualcosa dell’ultimo libro che hai letto.
H: “Invisible monsters” di Palahniuk. Bisognerebbe parlare di "apparire" e di "apparenza", o meglio delle strategie che bisogna individuare per apparire agli altri (una top model che si ritrova sfigurata). La cosa che più mi entusiasma del buon Palahniuk è lo stile, sembra quasi che infili un videoclip dietro l'altro con brevissimi stacchi di montaggio. Tutto viaggia ad una velocità sorprendente.
P: Caratteristica quindi ben "trasfigurata" sullo schermo dal “Fight Club” di David Fincher?
H: Puoi dirlo forte. Il Fight Club fincheriano non concede respiro, ti porta "dentro", ti scazzotta e non ti molla fino ai titoli di coda. Ed è inoltre uno dei più grandi film degli anni '90, forse lo prediligo addirittura al libro di Palahniuk (che è comunque enorme).
P: Continuiamo a parlare di “adattamenti” e di sceneggiatori prestati alla regia. Hai avuto di recente modo di vedere il film diretto da Charlie Kaufman “Synecdoche New York”, che dopo “Il ladro di orchidee” affronta ancora una volta il tema della scrittura, e della scrittura nel cinema. Lo consideri un esperimento riuscito?
H: Charlie Kaufman, perbacco! Io considero “Adaptation” (il titolo originale rende molto meglio l'idea) una sorta di "dizionario" sulla scrittura per il cinema. “Synecdoche New York” è un esperimento fallimentare, perché non si possono "scrivere" (e dunque filmare) personaggi che cerchino di sottrarsi alla finzione (come il protagonista del film). Considero l'esperimento "riuscito" come una dimostrazione per assurdo, dove il fallimento della dimostrazione decreta la veridicità della tesi. Cioè che il cinema (ma in generale l'arte) non può sostituirsi alla vita, la realtà è l'input al quale il cinema reagisce, producendo in seguito un qualche output (che non può essere nuovamente la realtà).
P: E’ stato tratto un film anche da “Brevi interviste con uomini schifosi” di David Foster Wallace, in uscita proprio in questi giorni negli States. Sai dirci qualcosa in merito?
H: Sono un po' dubbioso. Credo che solo Lynch, Cronenberg o Herzog (insomma cineasti di questa portata) sarebbero in grado di fare cinema lavorando su un testo di Wallace (per non parlare di brevi interviste, che non è assolutamente omogeneo, a meno di trasporre proprio solo le "interviste"). Vedremo...
P: E’ in arrivo anche un altro importante adattamento cinematografico. David Cronenberg porterà sullo schermo pagine di DeLillo. Di che si tratta?
H: Cosmopolis! Sarà un Evento che marchierà a fuoco le nostre memorie, qualcosa da raccontare ai nipoti. Ho aspettative abbastanza basse come puoi vedere... Se penso cosa ha combinato Cronenberg con Ballard e Burroughs (e soprattutto con due romanzi che sembrerebbero davvero impensabili da trasporre, come “Crash” e “Il pasto nudo”, e del resto anche trasporre “Cosmopolis” non è proprio quella che io chiamo una passeggiata) ho i brividi. Brividi inarrestabili non tanto perché “Cosmopolis” sia il miglior DeLillo (non lo è...) ma perché è certamente il più cronenberghiano e profetico (insieme a “Rumore bianco”) tra i suoi romanzi.
P: Ancora cinema-letteratura. Paul Auster ha dedicato grande attenzione ed affetto al documentario “Man on wire”. Cosa pensi abbia “visto” Auster nelle straordinarie imprese di Philippe Petit?
H: Hai letto “Mr. Vertigo”? Credo che Auster sia in un certo modo attratto (come me, del resto) dalla sospensione, da questi personaggi che possono fare cose straordinarie nell'aria, meravigliare centinaia di occhi, ma che poi devono necessariamente mettere i piedi per terra ed affrontare la vita. Del resto credo che Philippe Petit (che Auster conosceva già ben prima di vedere il documentario) abbia un po' ispirato proprio la stesura di “Mr. Vertigo”.
P: Non ho letto “Mr. Vertigo”. Dovrò rimediare.
H: Spero sopravviva all'auto da fè.
P: Qual è il tuo rapporto con il “documentario” cinematografico?
H: Non sono pochi i documentari che amo profondamente, uno su tutti “Apocalisse nel deserto” di Herzog. Credo che proprio Herzog sia riuscito a compiere la più grande riflessione sui confini tra fiction e non-fiction, in “Grizzly Man”, film nel quale si "documentano" le gesta di Treadwell e al contempo ci si interroga su una certa capacità di metteur en scène dello stesso uomo-grizzly. C'è sempre una dose di finzione, credo che il punto sia questo. Scegliere l'angolo con il quale inquadrare, cosa raccontare e come farlo. Il resto ce lo mette la natura, la realtà, questo è vero, ma cionondimeno c'è sempre uno sguardo che traspare, un modo di vedere le cose che "inquina" (per questo trovo particolarmante irrilevante accusare Moore di "faziosità").
P: Qual è il tuo rapporto con Quentin Tarantino? Sei pronto per “Inglorious Basterds”?
H: Prontissimo. Tarantino pone essenzialmente un problema: a che punto è arrivata la narrazione? Ad un punto di non ritorno? Siamo arrivati ad un punto al quale la rinnovazione è l'unica innovazione possibile? Possiamo realizzare le cose che amiamo davvero sbattendocene altamente di dove si trovi ora questo punto? Non ho le risposte (tranne per quel che riguarda l'ultimo quesito) ma penso che ogni essere umano abbia uno stile peculiare (più riconoscibile o meno, a seconda del grado di maturità, non della persona ma dello stile), un modo di fare e vedere le cose che lo distingue. Il collage è un modo come l'altro di operare, non certo meno personale. Non si "copia" per mancanza di idee ma perché quelle che copi sono le tue, di idee, non so se il concetto è chiaro. E non bisogna credere che realizzare un collage sia cosa facile, parliamo di una struttura che deve mostrare una sua unità al di là dei frammenti da cui è composta. Poi i suoi omaggi sono sempre mossi da un cuore gigantesco, un amore per il cinema che penso non abbia eguali.
P: Ora facciamo una piccola pausa. La redazione ha preparato un contributo video per te.
H: Vediamo.
P: Per quale delle due squadre avresti tifato?
H: Come si fa a non tifare per Sofocle, Archimede ed Epicuro?
P: Parliamo di calcio. Credi che il Bari possa vincere lo scudetto?
H: Onestamente me lo auguro. Ma il Bari purtroppo è pura entropia, non credo abbia la continuità necessaria. Può fare la partita della vita a San Siro e poi perdere miseramente in casa. A Ranocchia ho perfino dedicato la mia squadra fantacalcistica...
P: Credi che Ranocchia sia da nazionale?
H: Io sono per far giocare i giovani (un certo allenatore dice che "devono prima fare esperienza in campo internazionale", ma è difficile che la facciano non giocando!), ma Ranocchia lo vedo come titolare (o almeno convocato!) fra qualche annetto.
P: Credi che Cassano giocherà i mondiali?
H: Se l'allenatore di cui non voglio fare il nome si decidesse a convocarlo... Cosa deve fare di più, mangiarsi il pallone?
P: Descrivici il tuo rapporto speciale con gli organi parenchimatosi. In particolare con la milza.
H: La milza è l'organo che più mi affascina: è l'Ade degli organi, il cimitero degli eritrociti. Se ci pensi i globuli rossi hanno una certa coscienza di cosa attende loro dopo la morte, ovvero la milza. Credo che vadano in un posto migliore. Probabilmente anche la morte degli esseri umani prevede l'inglobamento in una sorta di milza gargantuesca. O almeno questo è quello che mi piace pensare.
P: Raccontaci qualcosa della tua esperienza di spettatore al Torino Film Festival. Che ricordi conservi delle due passate edizioni?
H: A parte per quel che riguarda la compagnia del Para e del Chimy (specie del primo, personaggio arrogante come se ne vedono pochi ^^) al T.F.F. si sta benone. I miei ricordi sono tutti per "Vogelfrei", incredibile manifesto della scuola lettone, forse il più brutto film dell'intera storia del cinema (il che lo nobilita a capolavoro). Ma anche per il finale di “Dream” di Kim-Ki Duk, raramente ho tremato in sala con tale veemenza.
P: In che stato ti sembra essere il fenomeno del cineblogging? Quali sono le caratteristiche che un cineblog deve avere per poter catturare la tua attenzione?
H: Il cineblogging è agonizzante, le discussioni davvero interessanti che nascono sono sempre più rare, almeno per quello che mi è dato vedere e leggere. Un cineblog (e quelli che seguo non sono moltissimi) cattura la mia attenzione se chi ci scrive si mette al servizio dei film e non di se stesso, se propone un modo particolare di vedere le cose, con il quale posso confrontarmi notando cose che prima non avevo notato. Mi piacciono i cineblog che difendono gli autori sbattendosene di cosa è minore e maggiore, seguendo il percorso tracciato da un particolare cineasta, cercando di collocare ogni suo film all'interno di un puzzle. Mi piace leggere un blog di cinema se "sento" nelle parole la passione, la passione viene prima di ogni altra cosa.
P: Leggi molta critica cinematografica? Chi sono i critici di cui più ti fidi? Ammesso che ce ne sia qualcuno.
H: Leggo praticamente solo la copia dei Cahiers du Cinéma che mi arriva mensilmente.
P: Siamo quasi alla fine. Rinnoviamo il giochino dei 10 registi, per ognuno dei quali dovrai sbilanciarti con un aggettivo e un film.
H: Evviva!
P: Terry Gilliam.
H: Metanfetaminico, "Brazil".
P: Micheal Mann.
H: Chirurgico, "Collateral".
P: Takeshi Kitano.
H: Spiaggesco, "Sonatine".
P: David Lynch.
H: Pescatore, "Una storia vera".
P: Wes Anderson.
H: Stilista, "I Tenenbaum".
P: Alexandr Sokurov.
H: Peristaltico, "Arca russa".
P: Jim Jarmusch.
H: Cazzaro, "Ghost dog".
P: Micheal Gondry.
H: Meliesiano, "L'arte del sogno".
P: Sofia Coppola.
H: Sofia Coppola! Detonatrice, "Marie Antoinette".
P: Clint Eastwood.
H: Paterno, "Million Dollar Baby".
P: Benissimo, direi che abbiamo finito. Grazie per la collaborazione.
H: Grazie alla redazione di Cinedrome per l'opportunità.






Evidente poi che la realizzazione di un progetto di tale portata sia stata compiuta con una modalità di cooperazione definibile “a più mani” (suggestione questa sottilmente riconducibile anche al nick scelto dal gruppo per postare "in anonimato": Sheeva, divinità Indù che l’iconografia diffusa vuole rappresentata appunto con “più mani”). Non riteniamo peraltro nemmeno possibile escludere con certezza che anche nella stesura di un singolo post possano lavorare in collaborazione più persone. Accanto al già citato Ohdaesu quindi, abbiamo fondati motivi per supporre che abbiano prestato la loro collaborazione al progetto altre importanti figure di spicco di cineblogger per così dire “storici”:
Passiamo ora brevemente in rassegna quanti altrove sono stati o saranno ingiustamente e proditoriamente accusati di poter essere coinvolti in quella che da alcuni organi di stampa è stata ormai ribattezzata “Kotionkin disconnection – connection” o, per i nostalgici della cortina di ferro “Kotionkinopoli”. Necessario per il bene di tutti fare un po’ di chiarezza ed evitare processi sommari e giudizi forcaioli. Un primo imputato che ci sentiamo di scagionare con assoluta convinzione, incrollabile certezza e senza ombra di dubbio alcuna è 













